Regione Abruzzo: il baratro dei precari

“Non ritengo che in un momento di crisi la Pubblica Amministrazione debba funzionare da ammortizzatore sociale.” Le risorse economiche utilizzate in tal senso “potrebbero essere utilizzate per lo sviluppo del territorio, per far crescere delle aziende che creino posti di lavoro veri.” Si esprime così Federica Carpineta, assessore al personale interno della Regione Abruzzo, parlando della questione dei precari della sua Regione, con i quali ormai da tempo si è aperta una battaglia che viaggia sul filo di dichiarazioni, appelli, proposte di legge ed ostacoli normativi. Una guerra che sta per raggiungere il suo apice, dato che il 21 Novembre non saranno più rinnovati i contratti dei cococo che, in molti casi, da 10 anni lavorano in Regione.

Sono più di 150 i precari che tra due settimane potrebbero tornare a casa senza alcun futuro certo. L’ultima loro speranza è svanita Martedì, quando un disegno di legge bipartisan per la loro stabilizzazione è stato bloccato per via di un parere della Funzione Pubblica che lo avrebbe definito incostituzionale. Il perché ce lo spiega la Carpineta: “Non è possibile assumere a tempo indeterminato con procedure selettive riservate per i cococo. Al Ministero sono stati chiari: il ddl presentato Martedì derogava in modo incostituzionale al principio di assunzione per procedura concorsuale pubblica.” Fatto molto strano, dato che per la stesura del ddl avrebbe prestato consulenza l’avvocato Cerulli Irelli, noto docente di Diritto Amministrativo alla Sapienza di Roma. “ Bè – risponde la Carpineta – intanto Cerulli Irelli ha steso il ddl su richiesta del Pd, quindi è chiaro che ha cercato di soddisfare le loro richieste.” Ma interrogato sul punto Irelli resta allibito: “Ma come ha potuto l’Assessore dire una cosa del genere? Mi hanno chiamato soltanto per avere una consulenza su come fare una legge che non sia incostituzionale. Come avrei potuto dare un parere giudicato poi incostituzionale dalla Funzione Pubblica (della quale peraltro sono consulente)?” Quindi non è stato lei a scrivere il testo di legge? “Ma si figuri. Non so nemmeno come sia andata a finire. Sono tre settimane che dalla Regione non fanno sapere niente!”

Viene da chiedersi, allora, in mano a chi sia il destino di questi precari, se chi diceva di volerli aiutare è stato capace di farsi bocciare una legge nonostante il parere di esperti. E soprattutto quali altre vie si stanno tentando per salvarli da una fine sconsolante dopo i tanti anni di precariato? La Carpineta risponde: “In amministrazione si accede per concorso pubblico. Ne prevedremo uno che attribuisca in partenza il 30% del punteggio a chi ha maturato in Regione 3 anni di lavoro al 28 Settembre 2007. Per i precari si tratterebbe soltanto di superare una prova. Con l’agevolazione nel punteggio basterebbe raggiungere la sufficienza per essere primi in graduatoria.” Nessun problema allora, se l’assessore si limitasse a questa considerazione. Ma invece prosegue: “Forzare la mano con procedure di stabilizzazione illegittime (vedi il ddl bocciato Martedì, ndr), non è corretto, oltre che per i nostri precari, verso i ragazzi che sono fuori di qui. In estate avevamo già bandito un concorso (che poi è stato sospeso) per il quale ci sono arrivate 13.000 domande. Perché negare a questi una possibilità? Perché negare, ad esempio, al figlio di un operaio la possibilità di partecipare ad una selezione pubblica?”

E’ a questo punto che si comprende tutta l’apprensione dei precari: se gli si dice di stare tranquilli (saranno favoriti nelle selezioni), perché imbonirsi anche i disoccupati promettendo loro una possibilità? Un pensiero cerchiobottista che non può andare lontano. Anzi, è lo stesso assessore a fermarlo: “Mi sento vicina sia ai precari della Regione che ai disoccupati che potrebbero entrarvi. E spero che entrino le persone che meritano di più, al di là delle diverse condizioni: non può essere un motivo di scelta il fatto che si sia precari o disoccupati.” In altre parole chi sta per perdere il posto di lavoro non ha che da incrociare le dita: con loro o senza di loro la Regione andrà comunque avanti.

Sto per lasciare l’ufficio dell’Assessore. Penso alle diverse storie che i precari mi hanno raccontato, a qualche direttore preoccupato del fatto che il loro ufficio, senza le competenze raggiunte dai tanti ragazzi, subirebbe un periodo di paralisi. E penso in particolare a due frasi dell’Assessore che ho di fronte. Mi dice che “è normale che i precari vadano via quando un progetto è finito”. E poi: “Noi non vogliamo agire in modo negativo sulla vita delle persone. E’ una frase bellissima in cui credo”.

Cristiano Marti