Oltre Berlusconi? Bersani, non Vendola e Di Pietro

“Perché io Bersani sul simbolo di partito non ce lo scriverò mai“.
Una delle tante frasi pronunciate, nel corso dell’assemblea nazionale dei circoli tenutasi a Roma lo scorso sabato, dal segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani.
Un passaggio che, però, risulta decisivo per comprendere per quale motivo l’ex ministro è oggi l’unico leader del centrosinistra potenzialmente capace di guidare il Paese fuori dal ventennio berlusconiano e dal pantano in cui il berlusconismo lo ha condotto.

Berlusconi è un individuo geniale. È una persona che ha veramente dei tratti strabilianti, un self made man che riesce a costruire un’intera epopea della vita culturale nazionale. […] È un prototipo di uomo nuovo che si è saputo imporre sulla scena italiana. Noi abbiamo fatto un errore tragico: demonizzare il personaggio e intenderne poco il meccanismo culturale di riproduzione del consenso”.
Parole del governatore della Puglia Nichi Vendola.
Da questa dichiarazione, rilasciata in occasione di un’intervista su Rai Tre di diversi mesi fa, si comprende come il leader di SEL fondi la sua azione politica su di un’analisi assolutamente corretta (comprendere come Berlusconi vince grazie al “meccanismo culturale di riproduzione del consenso”) ma che, al tempo stesso, non si pone il problema di andare oltre l’egemonia di tale “meccanismo”, quanto piuttosto di penetrarlo e di utilizzarlo a proprio vantaggio.

Sul  noto social network Facebook, non più di alcune settimane fa, ha fatto il giro di moltissime bacheche un’immagine che poneva a confronto i simboli di partito presentati alle scorse elezioni regionali da “Il Popolo delle Libertà” e da “Sinistra Ecologia e Libertà”, la formazione di Nichi Vendola.
La somiglianza, oltreché nella grafica e nella parola “libertà” (ormai utilizzata a sproposito da chiunque), risiede proprio nella parte inferiore dove appare il nome dei rispettivi leader.
Lo stesso Di Pietro, che ha costruito la sua fortuna nell’essere speculare al Presidente del Consiglio portando avanti una crociata antiberlusconiana, ha eluso per anni, come continua a fare ancora adesso, la richiesta di parte del partito di elaborare un nuovo simbolo, oggi dominato dalla scritta centrale “Di Pietro”.

Il tramonto di Berlusconi, ancor di più dopo gli sviluppi politici degli ultimi giorni, è ormai prossimo ed inevitabile.
Ma vent’anni di berlusconismo, radicatosi nel Paese giorno dopo giorno, penetrando nella politica, nelle televisioni, nella “cultura” e nel senso comune degli italiani, non si cancellano semplicemente facendo sparire dalla scena un Silvio Berlusconi ormai sempre più debole e meno convincente.
Questo perché la personalizzazione della politica, l’idea del “ghe pensi mi” che Bersani ha ricordato dal palco di Roma, persiste tanto a destra quanto a sinistra, dove Di Pietro gestisce il suo partito con metodi quasi padronali e Nichi Vendola è visto dai suoi sostenitori in vista di possibili primarie come l’uomo nuovo, capace di riportare alla vittoria il centrosinistra con la sua personalità e il suo carisma, compiendo il tanto agognato miracolo (terminologia che, come abbiamo visto anche negli ultimi due anni di Governo, ricorre sempre quando si parla di Berlusconi o del PdL).

Da questi elementi si capisce che anche in questi contesti di opposizione a Berlusconi tornano alla luce gli elementi più forti del berlusconismo stesso; torna alla luce quell’idea di accumulazione del consenso per mantenersi in vita senza affrontare i nodi concreti dell’amministrazione di un territorio che, ad esempio, hanno portato Vendola, negli ultimi mesi, a riempire la propria agenda di appuntamenti mediatici in cui poter coinvolgere gli italiani nella sua “narrazione” e nel suo “sogno”, senza mai essere stato disposto a sciogliere, a fronte delle pressanti richieste di cittadini, comitati e altre forze di opposizione, i nodi decisivi della gestione della sanità in Puglia, su cui pende lo spettro della privatizzazione, del rapporto fra solare e difesa dell’ambiente nel suo territorio, dei problemi ambientali e di sicurezza sul posto di lavoro causati da uno stabilimento come l’Ilva di Taranto, della prospettiva che ogni velleità di alternativa, in un contesto di Governo nazionale, finirebbe per scontrarsi con quei settori del PD, dell’IdV e, qualora si creasse una nuova maggioranza, dell’UdC, che rispondono direttamente agli interessi di Confindustria e dei grandi poteri economici del Paese…

E’ indispensabile per questo Paese, piuttosto, porre fine, a destra come a sinistra, alle pratiche plebiscitarie tipiche del berlusconismo, per riaffermare una politica che non mette nomi ma idee sui simboli e che si affida al rapporto del partito con il proprio popolo, alla costruzione del consenso a partire dall’esistenza e dall’utilità sul territorio del partito…e non al leader illuminato sostenuto da masse di adepti con la vista offuscata dalla retorica.

Mattia Nesti