Iran, Sakineh: incertezza sulla condanna definitiva

Non c’è tregua per Sakineh. La donna scampata alla lapidazione, ha recentemente subito il rinvio dell’esecuzione e adesso è costretta a rimanere in attesa, in prigione. Le sue sorti sono appese a un filo e la magistratura di Teheran ha deciso di prendersi più tempo per riesaminare il caso e decidere circa la condanna da infliggere alla donna.

I giudici considerano infatti in secondo piano l’accusa di adulterio, mentre sembrano concentrarsi sull’imputazione per omicidio del marito. Proprio in virtù di questa decisione, si è resa necessaria l’analisi di nuovi elementi. “Due accuse e condanne pesano su Sakineh Mohammadi Ashtiani – ha puntualizzato il procuratore generale Gholamhossein Mohseni Ejeie – Senza dubbio l’accusa di omicidio ha la
priorità rispetto all’altra e la giustizia l’ha messa in cima all’ordine del giorno. L’annuncio di una pena definitiva richiede più tempo e indagini”.

Per l’assassinio del marito, Sakineh, 42 anni, era stata inizialmente condannata all’impiccagione. Tuttavia, la pena era stata successivamente commutata in dieci anni di reclusione. Pochi giorni fa un nuovo stop, poi la successiva decisione di procedere a nuove indagini per far luce sul reale sviluppo della vicenda delittuosa.

Sakineh si trova in prigione dal 2006. Il mondo intero si era mosso nei mesi scorsi per salvare la donna dalla lapidazione, pena inflitta per l’adulterio. Una vasta campagna d’informazione a livello internazionale e politico aveva sollecitato pressioni contro l’Iran, il quale alla fine cedette, sospendendo la sentenza nel mese di luglio. Secondo l’Ong Amnesty International, inoltre, i parenti della donna avrebbero chiesto clemenza di giudizio e ciò, secondo la legge iraniana, costituisce un passo inderogabile verso la revoca della sentenza.

Tuttavia, Teheran non è della stessa opinione. Infatti, il governo iraniano, oltre a smentire, preme affinché la donna venga punita per il suo crimine e tuona contro chi vuole utilizzare il caso Sakineh per muovere ingiustificate pressioni contro la politica dell’Iran. È diventata un simbolo di libertà delle donne nei paesi occidentali e con impudenza vogliono liberarla. Così, si sta cercando di usare questo caso ordinario come leva contro la nostra nazione” ha affermato la scorsa settimana Ramin Mehmanparast, portavoce del ministro degli Esteri iraniano.

Una faccenda complessa, sviluppatasi in un paese come l’Iran, dove i diritti umani vengono quotidianamente repressi in nome della legge religiosa. Le pressioni internazionali hanno avuto buon gioco, tuttavia nel momento in cui si giungerà a una decisione certa, sarà senza dubbio più difficile fronteggiare una potenziale esecuzione.

Emanuele Ballacci