“Fuoco su Napoli”: da Cappuccio il racconto di una distruzione epocale

Fuoo su Napoli

 

Non è facile parlare di Napoli. La città del sole e del mare incanta e rapisce chiunque, sfibrandolo in un turbine di bellezza che ne determina lo sfinimento. Un’ubriacatura che investe chiunque si trovi a transitare per la città campana, che più di ogni altra al mondo ha saputo (e voluto) suggellare nel suo cuore il senso atavico della lotta e dell’inquietudine. Ed è proprio una storia d’irrimediabile inquietudine quella che Ruggero Cappuccio – raffinato scrittore e autore teatrale – ha fermato nelle pagine di “Fuoco su Napoli” (Feltrinelli, 2010).

Un romanzo che è un’epopea; un racconto che è quadro di guerre interne ed esterne, istantanea ferma di conflittualità irrisolvibili. Cappuccio ha il merito di saper pennellare nelle pagine del suo libro una galleria di personaggi sfumati e preziosi. Personaggi quasi da presepe, sospesi tra la fiaba e la maledizione, che si dimenano come animali selvatici in una città bruciata dal fuoco e da se stessa.

Figure eteree e sfuggenti che popolano la grande tela narrativa dello scrittore, capace di consegnare ai lettori immagini indimenticabili. Stille di bellezza regalate attraverso una prosa che rimanda a un tempo che non c’è più, a un ossequio della forma che sfiora il parossismo dell‘eleganza per sbocciare in lampi di irripetibile pienezza, in cui i sensi si combinano in uno sposalizio ingovernabile.

Al centro del racconto, lo scontro eterno tra il bene e il male e la denuncia dell’impercettibile linea di confine che segna le distanze tra chi vive secondo la legge (e Dio) e chi invece non lo fa. A ben vedere, “Fuoco su Napoli” è la denuncia tragicomica dell’arbitrio umano, la celebrazione profana dell’intelligenza capace di perdere tutto, vinta da un processo di autodistruzione che conduce al sacrificio di ogni cosa. Una denuncia severa – che “stantuffa” realtà e fantasia – tesa a spiegare che ogni scelta è possibile, e a snudare ossessioni e tendenze pericolose, gonfie di marketing e orfane di cuore.

Diego, Luce, Manlio e la folla di personaggi che si muove intorno a loro sono i tasselli di un puzzle complicato; pezzi di carne e di anima che azionano meccanismi perfetti e difettosi insieme. Ingranaggi mossi da pulsioni senza tempo che consegnano ai lettori di Cappuccio un senso di perdizione. Quasi di scoramento. In una città naturalmente votata alla disperazione e alla lamentazione, che sa sempre rialzarsi e reinventarsi.

Maria Saporito