Scelli a Berlusconi: io, una Ferrari parcheggiata in garage

In un’intervista a “La Repubblica“, Maurizio Scelli apre il suo cuore gonfio di amarezza. L’ex commissario della Croce Rossa Italiana, che ha portato prestigio al Paese durante gli anni delle missioni in Iraq e in altri fronti sensibili, è adesso un politico frustrato e insoddisfatto. Un professionista infelice, che si sente “rottamato” e sottostimato.

“Ero a Bagdad a difendere l’onore dell’Italia (e di Berlusconi) davanti ai kalasnhikov – ricorda l’ex numero uno della Cri – a riportare il povero Quattrocchi in patria, a concedere umanità, protezione, soccorso, aiuto. Qualunque cosa dicessi o facessi era analizzata, riportata, comunicata. Diciamolo: ero al centro dell’attenzione – insiste Scelli – Non è vanto, raccolgo solo il grumo di verità, il segno di una storia”.

Ricordi di un tempo glorioso che sembra non voglia tornare più. Da deputato del Pdl, infatti, Scelli fotografa adesso una situazione completamente diversa: “Sono senza ruolo, senza rapporti, senza un saluto. È incredibile, ingiusto, quasi impossibile. Vedo vagare fantasmi”. Una panoramica che demoralizzerebbe chiunque, ancor più chi è stato “incensato” e onorato come lui, all’estero come in Italia, tanto da procurarsi le antipatie di quanti lo consideravano malato di protagonismo.

“Sono come quei giocatori passati d’un tratto dalla nazionale ai dilettanti” rimarca l’ex commissario della Croce Rossa, che ama ricorrere a metafore e paragoni efficaci. A Italo Bocchino – che stando a quanto riferito dallo stesso Scelli, lo avrebbe contattato per proporgli il passaggio a Fli – avrebbe detto: “Hanno una Ferrari e la tengono in garage. Hanno anche buttato le chiavi e sgonfiato le gomme”.

“Confessioni” di un ex numero uno finito nelle retrovie, che potrebbe rappresentare la “vittima” ideale per i nemici del premier. Ma lui smentisce la possibilità di cambiare casacca: “Sono leale” assicura. Ma amareggiato per l’esperienza “incolore” a Montecitorio e per la fine dell’idillio col Cavaliere: “Sono anni – racconta – che attendo di parlargli”.

Maria Saporito