“La città senza nome”, architetti e antropologi interrogano lo spazio urbano

Esistono ancora, nel paesaggio contemporaneo, città, come  luoghi dall’identità univoca e certa, capace di ospitare nei suoi confini una comunità che è riconosciuta e si riconosce sotto il nome di cittadinanza?

L’interrogativo appartiene all’urgenza del nostro presente sociale, che ha assistito al trasformarsi rapido dei luoghi e dei modi dell’abitare e, alcune volte, ha dovuto arginare ai disastri del terremoto sui tessuti abitativi, o al fiorire di nuove regolamentazioni degli spazi pubblici.

La volontà di raccogliere la sfida lanciata da questa domanda ha dato origine al Convegno  Internazionale di Studio “La città senza nome”, che riunisce  “i protagonisti del design, del pensiero semiotico e antropologico, delle neuroscienze, dell’urbanistica” al fine di dotare i progetti urbani di una riflessione consapevole ed educativa: “Un dialogo a più voci, capace di ristabilire una nuova coscienza dello sguardo, superando i dogmi del tecnicismo e delle indagini autoreferenziali”.

Il 25 e 26 novembre la Triennale di Milano ne ospiterà la terza edizione “Behaviour”. Quest’anno al centro dell’indagine vi è l’uomo moderno in quanto cittadino che entra in contatto con le norme, le abitudini, le in-formazioni e le prescrizioni a cui lo sottopone lo scenario urbano contemporaneo: ci si interroga sull’interdipendenza tra città fisica e “Behaviour”, dunque, sull’influenza della città (o della città senza nome) su i comportamenti derivati da quell’educazione che nasce dall’abitare.

Come negli anni passati, la forza del convegno sta innanzitutto sulla interdisciplinarietà della ricerca, a partire dalla convinzione che l’etica e l’architettura, da sole, non bastino a cogliere la dinamica dell’abitare, ma che siano due tra le molte dimensioni umane che la spiegano. Agli incontri parteciperanno antropologi del calibro di Marc Augè, designer famosi come Ruedi Baur, critici d’arte come Achille Bonito Oliva o urbanisti come Angela Barbanente. “La città senza nome” sembra puntare in alto e pretendere uno sforzo di consapevole serietà da entrambe, chiedendo alla prima di farsi racchiudere nei progetti urbani, fecondandoli, e alla seconda di vedere nell’etica il proprio fine.

Giulia Antonini