Ex Birmania, Suu Kyi: lavorerò insieme ai miei carcerieri

E’ stata liberata il 13 novembre scorso e Aung San Suu Kyi, dopo aver parlato davanti a migliaia di suoi connazionali commossi per la fine del suo incubo, si è messa subito al lavoro. Il suo primo obiettivo è quello di riportare il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, alla politica attiva, dopo che la Lnd aveva disertato le ultime elezioni per protestare contro una legge elettorale che impediva a Suu Kyi di candidarsi. Elezioni nelle quali lo scorso 7 novembre l’Unione per la Solidarietà e per lo Sviluppo ha raccolto un plebiscito, raggiungendo quasi l’80% dei voti.

Appena cinque giorni fa la ritrovata leader di Lnd aveva preferito non rilasciare commenti espliciti sugli esiti della tornata elettorale. Mentre ieri si è detta disposta a lavorare con i militari che l’hanno costretta a 15 anni di prigionia. Sosterrà, però, il nuovo esecutivo solo se questo si dimostrerà di aiuto al popolo. “Non abbiamo escluso una collaborazione con i militari” ha detto la 65enne premio Nobel al telefono dalla sua casa a Yangon. “Facciamo in modo che (ci) sia un cambiamento significativo piuttosto che drammatico.” E ancora, parlando delle sanzioni occidentali e dubitando che le multinazionali possano spingere il paese verso riforme politiche ed economiche, ha detto: “Rivaluteremo la situazione perché vogliamo capire se è vero che le sanzioni hanno fallito a scapito della gente”.

D’altronde Suu Kyi, appena libera, lo aveva chiarito subito: prima di mettermi al lavoro e avanzare proposte voleva ascoltare la gente; farsi raccontare dal popolo come hanno vissuto e cosa è successo negli ultimi anni. E infatti, grazie anche ad alcune fonti del partito, il suo obiettivo si era capito subito: smuovere la Birmania dal muro contro muro con la giunta militare. Partendo dal dialogo: “La base della democrazia è la libertà di parola – diceva al popolo riunito per la sua liberazione – insieme decideremo quello che vogliamo, e per ottenerlo dobbiamo agire nel modo giusto”.

E se necessario, quindi, il dialogo partirà proprio con loro, con i suoi carcerieri. Solo per amore del suo paese e del suo popolo, come ha ripetuto ieri in un’intervista al quotidiano francese Liberation: “Sento che la Birmania ha bisogno di me. So che molte persone sperano molto in me, ed io non voglio deluderli”. Anche per questo aspetta di incontrare Than Shwe, il numero uno della giunta militare.

Cristiano Marti

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