Van Gogh: la grande università della miseria

Le opere d’arte che vengono partorite dal dolore dell’artista sono, da sempre, le migliori. C’è un abisso fra gli scrittori che raccontano il proprio travaglio interiore e quelli che si esercitano nella stesura di impeccabili gioielli formali dagli occhi vitrei. Le tele di Van Gogh posseggono da sempre un’anima imperitura, che di certo non è riducibile all’innato talento dell’artista. Il signor De Robertis, esperto della vita e delle opere del celebre pittore olandese, ha deciso di rispondere per noi ad alcune domande.

 

Vincent Van Gogh ha sempre sentito una forte empatia nei confronti di chi viveva in condizioni di miseria e disagio. Può spiegarci quale fosse il suo rapporto con la povertà e perché fra le sue prime opere troviamo proprio tele che ritraggono contadini o persone appartenenti a ceti sociali poveri?

 

Nell’ epoca in cui viviamo, pervasa da egoismi di ogni genere e spesso regolata da calcoli di bassa lega, è quanto mai attuale la lezione morale che viene da Vincent Van Gogh. Dal pittore o dall’uomo? Il dilemma non si pone. Egli fu, fin dalla più tenera età, francescano senza saperlo. Pur potendo disporre di una vita agiata, non approfittò mai dei propri privilegi e preferì sempre la frequentazione di gente umile, con la quale condivideva forti sofferenze all’interno di quella che lui chiamava “la grande università della 
miseria”. Come San Francesco amava la natura visceralmente. Van Gogh era un uomo tenero  e dalle passioni assolute, che non conosceva mezze misure nella religione così come nell’amore e nell’arte. Fu un idealista convinto ma mai fazioso, prodigo nell’amicizia fino al sacrificio, severo soprattutto con se stesso. Van Gogh, cresciuto nell’amore dei parenti, si incamminò giorno dopo giorno verso una solitudine senza scampo: la solitudine dei grandi geni. Suo padre era un pastore protestante della Chiesa Riformata così come suo nonno. Era una tradizione che veniva tramandata nella famiglia di Vincent insieme a quella del mercato 
d’opere d’arte. Lo spirito religioso e lo spirito laico e mercantile si fondevano. Il padre era benvoluto dalla piccola comunità protestante ma anche rispettato dai cattolici: fu facile per il suo primogenito maturare una certa pietà ed un certo rispetto verso la povera gente. Alcuni aspetti formali della religione, però, lo delusero presto. All’età di venticinque anni, Vincent fu mandato in veste di predicatore nel Borinage, terra brulla del Belgio abitata per lo più da minatori. Prima della propria partenza per questa “missione” Van Gogh aveva già subìto già due diversi tipi di delusione: una di carattere amoroso ed una riguardante gli studi. Probabilmente fu proprio a Borinage che pensò di aver trovato la propria vocazione. Una volta arrivato a destinazione, Vincent decise di donare i bei vestiti che aveva addosso ai poveri e di abbandonare la casa calda che gli era stata destinata. Van Gogh combatteva in prima linea insieme ai minatori durante gli incidenti che accadevano, portando soccorso ai feriti con i mezzi che aveva. La Chiesa, venendo a conoscenza del suo comportamento, non tardò a fargli visita per comunicargli il fatto che il suo apostolato era giunto al proprio termine a causa di motivi legati ai suoi comportamenti indecenti. Quel giorno la vocazione religiosa di Van Gogh iniziò a venir meno. Il celebre artista cominciò nel milleottocentottanta a 
intravedere una possibile carriera di pittore, ma già con idee molto chiare: esprimere la genuinità del mondo contadino e diventare un illustratore e disegnatore di riviste sociali. Van Gogh era, inoltre, solito vestirsi come i contadini: con una giubba di lana di pecora che il padre e la famiglia non gradivano.

 

Nonostante le istituzioni religiose condannassero il suo modo di vivere la propria cristianità Van Gogh conservò un legame con Dio? Che tipo di rapporto c’era fra la sua “missione sociale” che lo spingeva ad aiutare chi viveva in condizioni di miseria e la sua religiosità?

 

Se andiamo a spulciare nelle circa ottocentoventitre lettere al fratello, ai parenti ed agli amici, scritte nell’arco di quasi venti anni, ci accorgiamo con stupore che la parola “Dio” viene pronunciata da 
Van Gogh poco più di cento volte, quasi sempre sotto forma di saluto. La religiosità di Van Gogh non era di 
tipo dogmatico. Van Gogh viveva il suo rapporto con l’assoluto in maniera estremamente istintiva e così continuò a viverlo quando decise di dedicare tutta la propria esistenza all’arte. Quando guardiamo un quadro di Van Gogh la sensazione che percepiamo è quella di un amore sconfinato nei confronti del creato. Il suo è un linguaggio d’amore e di pace universale. Paradossalmente, quando Van Gogh si è allontanato dall’arte più scura, didascalica e sociale dei primi tempi per approdare a quell’universo panico e ricco di colori degli ultimi anni, la sua religiosità si è come potenziata anziché perdersi. Insieme a Gauguin, anche se con contrastanti e opposte motivazioni, ha superato una certa leggerezza e frivolezza dell’era impressionista per integrarla con il valore aggiunto della propria esperienza umana, traghettando l’arte verso la conquista di nuovi contenuti più conformi alle inquietudini dell’uomo contemporaneo. 

 

Perciò la religiosità di Van Gogh era di tipo primordiale, quasi spontaneo. A questo punto viene quasi naturale chiederle come si spieghi la compresenza nella vita di Van Gogh di un forte sentimento religioso e, al tempo stesso, di una estrema autodistruzione che l’ha portato a scegliere lucidamente la via del suicidio.

 

Van Gogh non era un affabulatore della fede: preferiva i gesti concreti alle parole. Il suo destino era quello di portare delle stimmate nascoste. La mancanza di amore lo fece sempre soffrire e la sua incapacità di  avere una reazione costruttiva al proprio dolore lo portò ad isolarsi all’interno del mondo della pittura. Suo fratello era una sorta di punto di riferimento per lui, quasi un alter ego. Quando l’appoggio costante del fratello venne meno, Vincent non riuscì più a sopportare il peso della vita. Van Gogh era cosciente dell’amore che poteva dare e che aveva dato sia attraverso il proprio impegno d’essere umano sia mediante le sue opere. L’incomprensione che riceveva da chi lo circondava ed il rifiuto da parte delle donne che aveva amato, generavano in lui una sorta di istinto autolesionistico, quasi come se Vincent potesse raggiungere l’amore degli altri solo mediante un sacrificio fisico.
Una nota statistica: i giorni in cui Van Gogh soffriva maggiormente erano giorni legati a delle ricorrenze religiose: andate a vedere quante domeniche e quanti Natali infelici ci furono nella sua 
vita. Le crisi peggiori, però, le ebbe in seguito al fidanzamento ed al matrimonio del fratello, il quale ebbe un figlio che chiamò Vincent Willem, esattamente come lo zio. Vincent vide nel bambino un tentativo di soppiantare la propria figura e soffrì atrocemente dopo la sua nascita.

 

Il nostro discorso circa la religiosità e l’innata propensione di Van Gogh verso l’aiuto dei più deboli e dei più poveri è giunta al termine. Per concludere Signor De Robertis, in un’intervista precedente a questa lei ci parlò di alcune opere spurie di Van Gogh presenti alla mostra presso il Vittoriano di Roma. Può elencare brevemente le opere che a suo parere sono false?

 

Nella precedente intervista mi ricordo di aver parlato di un solo quadro:il ritratto di Augustine Roulin con la figlia Marcelle. Allora non era ancora disponibile il catalogo con l’elenco delle opere. Una volta sfogliato il catalogo, a mostra iniziata, si sono palesate altre quattro opere dubbie a detta di studiosi di fama mondiale.
Esse sono:
-L’autoritratto del Geemente Museum dell’Aja (38,8 x 30,3 cm del 1885/86), ritenuto da Walter Feilchenfeldt e da Roland Dorn una errata attribuzione, nel senso che potrebbe essere un ritratto fatto da un possibile allievo di Van Gogh a Eindhoven; 
-La casa di Jorgus (33 x 40,5 cm, del 1890). Questo quadro è stato contestato da Benoit Landais e da me con un articolo sul Corriere della Sera del sedici novembre millenovecentonovantotto, che anticipava un più ampio saggio pubblicato l’anno successivo a gennaio sulla rivista Quadri&Sculture;
-Contadino che fabbrica un cesto (41 x 33 cm del 1885). Questo dipinto è una copia esatta di un quadro del periodo olandese. Sono stato il primo a contestarne l’autografia nella metà degli anni novanta. Da pochi anni anche Louis Van Tilborgh ed Ella Hendrik, curatori del museo Van Gogh si sono allineati al mio giudizio. Fa parte di una serie di circa trenta opere dubbie da me segnalate alla giornalista inglese Geraldine Norman nel corso di un’ intervista.
-Il ritratto del dott.Gachet, l’unica acquaforte che sarebbe stata realizzata da Van Gogh nel 1890 ad Auvers, contestata da Benoit Landais.
Per saperne di più invito tutti i lettori più curiosi a 
visitare il mio blog:
http://www.vangoghiamo.altervista.org
 
Grazie mille Signor De Robertis.
 Martina Cesaretti