Sarah Scazzi: depositate le motivazioni che incastrano Sabrina


Sabrina Misseri resta in carcere come maggiore indiziata sul delitto di Sarah Scazzi, persiste un grave pericolo di inquinamento delle prove.

Il Tribunale del riesame di Taranto ha depositato le motivazioni per cui la ventiduenne cugina della piccola Sarah è in stato di fermo nel carcere di Taranto dallo scorso 15 ottobre. “Persistono i gravi indizi di colpevolezza”, si legge tra le 54 pagine scritte e consegnate, Sabrina potrebbe inquinare ancora le prove contro di lei, ma ci sarebbe anche la concreta possibilità che la ragazza si dia alla fuga.

I legali di difesa, Vito Russo e Emilia Velletri, avevano presentato al riesame circa 19 eccezioni che avrebbero dovuto scagionare Sabrina: sono state tutte respinte.

Si ipotizza che, a questo punto, la Misseri possa essere trasferita presso il carcere di Lecce, in quanto la sezione femminile del penitenziario di Taranto, quello in cui si trova attualmente, è stata abolita anni fa. Michele Misseri potrebbe essere liberato e messo agli arresti domiciliari, nel caso in cui le affermazioni pronunciate in fase di incidente probatorio siano credute: lo zio di Sarah sarebbe, quindi, responsabile soltanto dell’occultamento del cadavere, per il quale potrebbe scontare la pena con gli arresti domiciliari.

Padre e figlia hanno condiviso lo stesso spazio, venerdì scorso, ma come affermava l’avvocato di difesa Francesca Conte, il cui mandato è stato revocato il giorno dopo, “vi è stata una grande compostezza tra i due, non una parola né una reazione negativa da parte di entrambi”.

Che Sabrina Misseri avesse potuto influenzare il padre con la sua presenza, rappresentava una preoccupazione condivisa, sia per le misure di sicurezza prese in tribunale (Misseri era circondato dagli agenti), sia per le parole che lo stesso contadino avrebbe detto a Daniele Galoppa, suo avvocato.

Quest’ultimo, intervistato ieri a L’Arena, aveva affermato: “Prima dell’incidente probatorio, il mio assistito ha chiesto personalmente di parlare con la polizia penitenziaria che era lì presente, per avvertirla che la figlia l’avrebbe anche potuto aggredire nel momento in cui lui andava a riferire determinate circostanze: pensava che potesse succedergli qualcosa”.

Carmine Della Pia