Sarah Scazzi: ecco perchè i giudici credono a Michele Misseri


La piccola Sarah Scazzi, uccisa lo scorso 26 agosto, sarà forse in grado di riposare in pace: il travagliato processo a carico di Michele e Sabrina Misseri, rispettivamente zio e cugina, starebbe per concludersi, o almeno è quello che sperano i giudici.

Al Tribunale del Riesame di Taranto si crede a Michele, inizialmente reo confesso di omicidio, vilipendio e occultamento di cadavere, poi autore della versione definitiva resa in fase di incidente probatorio: Sabrina, cugina maggiore e amica del cuore di Sarah, ha ammazzato la ragazzina perché ossessionata da Ivano, pasticciere 27enne che piaceva alla piccola.

Questa, inoltre, avrebbe riferito a più persone il netto rifiuto che il ragazzo aveva riservato a Sabrina, e la lite finale, successa ad una serie di battibecchi continui, è terminata in tragedia quel pomeriggio del 26 agosto.

I giudici del Riesame mettono nero su bianco in 54 pagine di motivazioni legate all’arresto di Sabrina, trattenuta in carcere per il pericolo di inquinamento prove e recidiva: se davvero autrice di un tale delitto, la tragedia potrebbe ripetersi con tutta tranquillità.

Michele ha coperto la figlia: non ha mai molestato la piccola Sarah, né da viva né da morta, contrariamente all’atroce ulteriore delitto di cui si era autoaccusato quando parlava di aver abusato del cadavere.

La confessione ultima di Misseri presenta “riscontri estrinseci di natura oggettiva”, non sarebbe stato capace di strangolare Sarah nelle modalità poi emerse in fase di esami. Non sarebbe poco attendibile, come i legali di Sabrina amano ripetere riferendosi alle otto versioni dei fatti fornite, in quanto si tratterebbe del “travaglio necessario per giungere alla verità dei fatti, ad abdicare all’impegno assunto con la figlia e tenerla immune da ogni responsabilità”.

Una sorta di lungo passaggio per giungere alla verità definitiva: sinteticamente, un padre che prende le responsabilità di un delitto compiuto dalla figlia senza pensarci più di una volta, non avrebbe potuto riferire la verità il giorno dopo.

Foto: Igenito/Infophoto

Carmine Della Pia