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Un feticcio appeso sul tetto

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Dal tetto della facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza di Roma scende un feticcio, sulla cui schiena è stata legata una maglietta arancione su cui trionfa una frase scritta in nero che rivela una verità inattaccabile: “senza ricerca non c’è futuro”. In cima al tetto in questione si trovano persone che la ricerca la fanno per mestiere e che dormono in una situazione di palese disagio al fine di protestare contro un decreto legge che, a loro parere, non difende né i loro diritti né quelli degli studenti. Sul tetto della facoltà sita in Piazza Borghese, studenti e ricercatori ieri si stringevano attorno ad un computer al fine di riuscire a racimolare qualche preziosa notizia circa il decreto legge che proprio in quei momenti era in discussione alla camera.

Roma è il centro di una protesta tenace, all’interno della quale studenti dall’idealismo giovane e fresco insieme a padri e madri di famiglia si stringono intorno allo stesso feticcio, il cui destino sembrerebbe essere quello di rimanere appeso sotto la pioggia pungente ed il vento prepotente che accarezza con il suo alito gelido i tetti della capitale italiana. Le piazze raccolgono a mani piene persone che hanno voglia di continuare a combattere tanto quanto uomini e donne che credevano che non avrebbero avuto più bisogno di farlo. Sul tetto della facoltà di Architettura, così come nelle strade di Roma e di fronte a Montecitorio, le suonerie squillanti dei cellulari di chi protesta ed i loro slogan vecchi e nuovi si mescolano con il rumore tenero dei piedini di bambini probabilmente ancora privi della consapevolezza di ciò che sta accadendo. I genitori di tali creature dal grembiulino bianco sono ricercatori e ricercatrici dal viso a volte rassegnato, altre preoccupato, altre ancora speranzoso e sempre pieno di rabbia. Magari a quei bambini, probabilmente ancora incapaci di comprendere il perché le loro mamme ed i loro papà si trovino a combattere contro decreti legge e ministri dalle idee a loro parere discutibili, quel feticcio appeso al cornicione di un palazzo fa paura e forse non sono gli unici ad avvertire una tale sensazione guardando un pupazzo inanimato che da lontano sembra un innocente condannato ad una plateale impiccagione. Quel feticcio, il cui crudo ruolo è quello di rappresentare la morte di un ricercatore, è metafora della cultura intesa come capro espiatorio di una situazione in cui si è indecisi su chi sacrificare sul pubblico altare e fa spavento a chi non ne comprende il significato, ma ancor più a chi afferra il suo motivo d’esistere. La cultura incute timore nei cuori di chi non ha armi sufficientemente valide per combatterne il potere ancor più che negli animi di chi ancora non comprende la potenza di quest’ultima se usata come arma da parte di ogni individuo che abbia la possibilità ed il privilegio di poterne fare uso, a prescindere dallo schieramento politico a cui quest’ultimo sente di appartenere. Ultimamente si sente spesso ripetere un aforisma, la cui semplicità è sconcertantemente efficace. Tale aforisma, che si presenta come la rivisitazione di una celebre battuta del film “Per un pugno di dollari”, suona più o meno così: “Quando un uomo con la biro incontra un uomo con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto”. Probabilmente l’essenza della battaglia che ricercatori e studenti stanno portando avanti è racchiudibile in questa frase, che al tempo stesso condanna l’inutilità della violenza ed esalta il valore della cultura, di quella cultura appesa ad un cornicione in Piazza Borghese, di quella cultura che è croce e delizia di ogni essere umano che ne capisce il valore in quanto arma potente proprio perché incapace di arrecare dolore sterile ed improduttivo all’avversario.

Martina Cesaretti

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