Esprit de finesse o esprit de geomètrie?

 

“Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. È con questo che dobbiamo nobilitarci e non già con lo spazio e con il tempo che non potremmo riempire. Studiamoci dunque di pensar bene: questo è il principio della morale.”                            

Pensieri – Blaise Pascal

In un Paese che sta neppur troppo lentamente andando in frantumi (metaforicamente e non solo parlando), ci si può fermare un attimo a chiedersi quali siano diventati ormai i parametri con i quali le alte cariche del governo, del potere insomma, siano ormai arrivate a giudicare e vedere quello che accade attorno a loro. Rivolte, manifestazioni, movimenti di popolo, valori che tornano orgogliosamente a farsi sentire e a urlare tutta la loro voglia di affermarsi, di essere presi nuovamente in considerazione, di non venire insomma calpestati come sta accadendo da ormai troppo tempo all’interno di un’Italia che va in briciole, a partire dalla Domus dei gladiatori fino ad arrivare allo stesso Governo attuale, frantumato da dissidi interni, scismi e beghe reciproche per non parlare poi degli innumerevoli scandali, escort e ville nei Caraibi che spuntanto come funghi e dei quali, per parlarne, avrei bisogno di uno spazio ben più grande di un foglio A4 di carta.

Ma fondamentalmente, il discorso di cui volevo qui trattare non è tanto questo. Il discorso è un altro, un discorso forse troppo generale per poter essere affrontato nello spazio di qualche riga ma che è comunque opportuno almeno abbozzare, nella consapevolezza che nuovi ed ulteriori spunti per ampliarlo verranno inevitabilmente fuori di parola in parola, dalla prima virgola fino all’ultimo punto a fine frase.

Diceva Blaise Pascal, celebre matematico oltre che fisico, filosofo e teologo della Francia seicentesca, che nel mondo sono possibili due forme distinte di conoscenza che partono da quelli che sono due presupposti diversi: da una parte c’è il cosiddetto “esprit de geomètrie” noto anche come spirito di geometria che è per l’appunto la conoscenza razionale, analitica e ottenuta adoperando asetticamente la ragione; dall’altra invece si pone l’ “esprit de finesse”, o spirito della finezza, che rappresenta invece la conoscenza esistenziale dell’uomo e quelli che sono i moti della sua anima. E’ questo, secondo Pascal, il tipo di conoscenza che si rivolge ai fenomeni comuni e permette di coglierli e comprenderli in quella che è la loro interezza e complessità; il filosofo francese aggiunge infine come non basti l’esprit de geometrie per comprendere la realtà, a causa della sua impossibilità a giungere a quelli che sono i fondamenti dell’esistenza umana. Per arrivare a comprendere realmente i temi, gli elementi esistenziali dell’uomo e dell’umanità tutta è necessario infatti il “cuore”, niente  di romantico o irrazionale ma  il cuore inteso come fulcro stesso dell’interiorità umana.

Dopo questa rapidissima e sicuramente poco esaustiva digressione su quello che è uno dei temi centrali del pensiero pascaliano, torniamo alla nostra trattazione. Un attimo però. Fermiamoci un secondo, togliamoci gli ultimi residui di paraocchi che potevamo eventualmente avere, liberiamo la mente da a priori di natura politica, sociale, economica e quant’altro ci possa ancora essere. E’ questo il modo per raggiungere il quid delle cose, il “cuore” che tanto Pascal elogia ma che al giorno d’oggi sembra essere stato dimenticato in qualche sottoscala polveroso e buio. Senza l’esprit de finesse non saremo niente, e questo dobbiamo riconoscerlo.

Senza la cultura, senza lo spirito di approfondimento, di indagine, di introspezione, senza quella ricerca sfrenata e ardente di verità, che magari a molti sembrerà utopica ma che è la base necessaria e vitale di ogni sistema che sia degno di esistere e mandare avanti un organismo, noi  non saremo quello che siamo oggi. Ovvero esseri umani, uomini dotati di intelligenza che, come indica l’etimologia stessa risalente all’avverbio latino intus (dentro) ed il verbo legere (leggere), indica una comprensione non superficiale della realtà ma  un andare oltre, in profondità, per  acquisirne e comprenderne gli aspetti nascosti e che non si vedono nell’immediato.

Valorizziamo allora, questa cultura. Valorizziamola perché è ciò che ci distingue e ci ha sempre distinto, è ciò che ha formato il nostro animo, la nostra persona nel corso di generazioni e secoli. E’ un mondo intero, insomma. E, nonostante qualcuno affermi che è un mondo con il quale non si mangia, penso che la maniera più appropriata per concludere questo articolo sia citare la frase con cui Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, ha concluso la grande manifestazione della Cgil tenutasi a Roma: “La cultura non si mangia, ma rende liberi”.

 Rossella Lalli