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La libraia di Orvieto, un giallo di provincia

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Valentina Pattavina è nata a Catania nel 1968. Ha lavorato per molti anni nello spettacolo, per poi entrare nel mondo dell’editoria curando, insieme a Vincenzo Mollica, la serie Parole e canzoni dedicata ai cantautori, pubblicata da Einaudi Stile Libero nel 1999. Negli ultimi due anni ha lavorato sempre per la stessa collana alle biografie di Toto’, Alberto Sordi, Paolo Villaggio ed Ugo Tognazzi. La libraia di Orvieto è il suo esordio da scrittrice.

Il romanzo, edito Fanucci, racconta in prima persona la storia di Matilde, quarantenne romana dall’animo irrequieto. La protagonista, intenta a lasciarsi alle spalle una relazione finita male, parte alla volta di Orvieto, sperando di poter trovare la serenità nella splendida cittadina di provincia. Qui l’ambiente è accogliente, a misura d’uomo. C’è il barista simpatico, la padrona ruspante del bed and breakfast, ma soprattutto c’è la libreria del professor Paolini, un luogo che subito – forse anche troppo velocemente – fa breccia nel cuore di Matilde, risvegliando all’istante la sua passione per i libri. La donna riesce così a farsi assumere dall’anziano libraio. Il professore è praticamente il ritratto tradizionale del pedante, un antiquario che parla in rima ed il sabato sera gioca a carte con gli amici. C’è poi Michele, che dovrebbe essere il tenebroso giornalista, il nipote di Paolini. Ovviamente Matilde, seppur con un po’ i ostentata reticenza, si ritroverà ad instaurare con questi un rapporto particolare, cementato a grande velocità da un vecchio cold case orvietano, un misterioso suicidio sul quale Michele decide di indagare facendosi aiutare dalla libraia.

Ecco che così la storia cerca di assumere le fattezze di un giallo, abbandonando la strada maestra del racconto sociale sulla quarantenne che decide di cambiare vita per l’ennesima volta. E’ però noto cosa comporta lasciare la strada vecchia per la nuova. Difatti la sterzata tematica e l’accelerazione narrativa portano La libraia di Orvieto a doversi necessariamente misurare con gli schemi del genere noir, ma purtroppo l’esito che non è dei più felici. Il tessuto risulta troppo debole e convince poco. Si ha la sensazione che aver optato per il risvolto investigativo non sia stata la scelta migliore. Ne risulta una storia quasi divisa a metà, tra la vicenda personale della protagonista ed vecchio caso di cronaca nera poco intrigante e macchinoso. Né l’una nell’altra parte sembrano approfondite a dovere, e sebbene la lettura sia scorrevole ed a tratti piacevole, rimane costante un sentore di vuoto e di perplessità, quasi come se gli elementi potenzialmente più interessanti siano stati solamente sfiorati.

Si tratta di un romanzo d’esordio, in cui forse complessivamente le pecche oscurano un po’ i pregi comunque presenti. Probabilmente si avverte quanto l’opera sia stata scritta da una lettrice, prima che da una scrittrice. Questa presenza è tangibile nel testo, così come nei temi e negli schemi. Si può dire dunque che l’idea iniziale era interessante, ma essa è stata penalizzata da uno svolgimento che ha poi preso il sopravvento.

Andrea Camillo

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