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Mario Ciancio risponde alle accuse e minaccia nuove querele

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Il day after la notizia, resa nota per prima da Il Fatto Quotidiano, dell’iscrizione nel registro degli indagati di Mario Ciancio Sanfilippo, editore del quotidiano La Sicilia, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, l’attesa maggiore era rivolta nei confronti della testata di proprietà dell’imprenditore inquisito e nello specifico sul modo in cui avrebbe gestito lo scoop pubblicato dal sito del quotidiano diretto da Antonio Padellaro.

Tacere e far finta di nulla o affrontare la questione?

La scelta de La Sicilia, ieri, è stata quella di dare visibilità al fatto con un articolo in prima pagina dove prima sono stati riportati quasi per intero i contenuti pubblicati da Il Fatto Quotidiano e poi è stata lasciata la parola all’editore Mario Ciancio che ha commentato: «Nessuna novità rispetto alla trasmissione Report di un anno e mezzo fa, per la quale ho da tempo proposto una causa risarcitoria innanzi al Tribunale di Roma», per poi rilanciare la posta sostenendo che «a parte l’originale titolo calunnioso il Fatto Quotidiano ripropone le stesse, trite falsità ed insinuazioni. Se gli autori dell’articolo avessero letto tutti gli atti e i documenti che ho depositato davanti al Tribunale di Roma, avrebbero appurato che non ho mai commesso alcun illecito. Evitando, così, una nuova diffamazione in mio danno. Per la quale mi riservo ovviamente ogni opportuna azione».

Ciancio conclude con una battuta sulla notizia dell’inchiesta penale che lo riguarderebbe: «Quanto alla presunta indagine penale, se davvero esistente, ne attendo fiducioso l’esito».

Nel frattempo – quanto è curioso il caso a volte – Tony Zermo oggi dal sito LaSicilia.it scrive, in un articolo dal titolo Un primato da respingere sulla necessità per l’economia catanese di respingere le infiltrazioni mafiose, «Catania ha avuto la disavventura dei quattro cavalieri del lavoro travolti prima dalle accuse di connivenza con Cosa Nostra in seguito all’uccisione del generale Dalla Chiesa e poi da Tangentopoli».

I quattro cavalieri del lavoro – Francesco Finocchiaro, Gaetano Graci, Carmelo Costanzo e Mario Rendo – citati da Zermo sono gli stessi che ventisei anni fa Pippo Fava definì sulle pagine del mensile I Siciliani come «i quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa» per i sospetti che gravavano su di loro di avere rapporti con la mafia.

Pippo Fava poco tempo dopo veniva ammazzato e dalle pagine de La Sicilia partì un’azione per screditare la figura del pentito Maurizio Avola che sosteneva che all’origine dell’omicidio di Fava c’erano stati in gioco gli interessi di alcuni imprenditori catanesi.

Uomo di punta di quella campagna denigratoria era Tony Zermo, il giornalista noto per aver affermato, quando Nitto Santapaola risultava già essere latitante e con un mandato di cattura a proprio carico per l’omicidio Dalla Chiesa, «in questa parte della Sicilia orientale, non abbiamo ancora autentiche manifestazioni di tipo mafioso, tranne qualche sporadico esempio, peraltro immerso ancora malgrado tutto nella più fitta oscurità».

Già, caro Zermo, certi primati sono proprio da respingere.

Nella foto: una vignetta di Mauro Biani del 2008.

Simone Olivelli