Rosso, nero e farfalle: il Macro di Odile Decq

Ieri 4 dicembre, con una grande festa ad ingresso gratuito che ha occupato l’intera giornata, si è inaugurata l’apertura  al pubblico della nuova ala del museo Macro di Roma.

Chiuso il cantiere durato otto anni, l’architetto francese Odile Decq si gode stupore e commenti per l’ampliamento da lei realizzato degli spazi espositivi del museo romano.

In termini di dimensioni, il “nuovo Macro” salda diecimila metri quadrati agli ottomila dell’ex fabbrica Birra Peroni di via Reggio Emilia. In termini di colori e materiali, è vetro, rosso lacca, alluminio, nero, alberi, storico e nuovo.  In termini di esperienza, esso si presenta come una lunga e sinuosa passeggiata tra opere d’arte, una rete di percorsi su più livelli e in ambienti qualitativamente differenti.

Un museo, il Macro, che si riaferma fortemente interessato all’arte contemporanea, a farsi corretta vetrina della creatività del nostro tempo, e grazie al quale Roma si avvicina ancora di qualche passo all’arte del XXI secolo.
Una piccola bagarre sul tema si è accesa al vernissage tra Sgarbi e l’assessore Croppi, che, alle polemiche del critico, ha così risposto: «Che non serve a niente l’arte contemporanea lo dimostrano allora le centinaia di migliaia persone che stanno affollando gli spazi ad essa dedicati. Forse l´arte contemporanea non serve quando la dirige lui».

Il nuovo Maxxi sembra comunque aver colpito favorevolmente  e uguale entusiasmo lo hanno raccolto la collezione permanente sul tema dell’uomo (tra tutte una scultura di Nick Cave) e la cosiddetta “casa delle farfalle”.

Quest’ultima è stata oggetto delle attenzioni dei più. “Are you really sure that a floor can´t also be a ceiling”, questo il titolo originale, è il progetto vincitore di Enel Contemporanea Award 2010, ad opera dei due autori olandesi Lisbet Bik e Jos Van der Pol, che resterà al Macro fino al 16 gennaio: architettura nell’architettura, ispirata alla Farnsworth House dell’architetto Mies van der Rohe, l’istallazionuna è “una casa provvisoria per le farfalle, viste come gli attori ultimi di idee idealiste di trasformazione, cambiamento e riciclaggio”. Nelle motivazioni del progetto originale si legge: “A causa del cambiamento radicale insito nel loro ciclo di vita che le rende capaci di mutare da uno stato all’altro, esse non sono mai come appaiono. Le diverse fasi di questa specie in continua metamorfosi possono essere osservate e sperimentate nel modello. La natura diventa una lente all’interno dei limiti tracciati delle pareti museali. I visitatori sono invitati ad entrare nella casa dove le pareti di vetro del modello hanno una doppia funzione: da un lato fornire una visuale completa della serra creata dall’uomo e dei visitatori che vi camminano all’interno, dall’altro creare un ponte tra lo spazio interno e quello museale”.

Giulia Antonini