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Il titolo della Padania sulla scarcerazione di Fikri

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Il titolo del giornale La Padania di oggi spiega tutto. La scarcerazione non doveva avvenire, il marocchino Mohammed Fikri, il 22enne fermato sabato su un traghetto diretto a Tangeri e sospettato dell’omicidio della tredicenne Yara Gamberasio, doveva rimanere in carcere.
Già da ieri qualche notizia trapelava sulla sua possibile scarcerazione avvenuta pochi minuti fa.

Il pubblico ministero, Letizia Ruggeri
, dopo due ore di interrogatorio nell’udienza di convalida del fermo non ha chiesto la custodia cautelare in carcere per il giovane in quanto non vi sarebbero indizi di gravità tali per richiederla. Il pm ha comunque chiesto la convalida del fermo ritenendo sussistenti i presupposti. A determinare la scelta del pm di non chiedere la custodia in carcere di Fikri, a quanto si è saputo, vi sarebbe stata anche una nuova traduzione della frase in arabo intercettata dagli investigatori, che inizialmente suonava come, Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io. Alla luce della nuova traduzione la frase sarebbe invece stata una sorta di imprecazione slegata dal caso della ragazza scomparsa.

La Lega non ci sta. Non è un problema il fatto che sia innocente o colpevole, non importa al quotidiano del Carroccio, la giustizia non funziona.
Era un’occasione ghiotta per la Lega, andare magari in campagna elettorale con tutti i tg e i giornali che parlavano di un marocchino che aveva ucciso una ragazza in Italia.

E ora? Cosa comporterà questo? A quanti voti dovrà rinunciare il partito di Bossi?
E’ questo il vero problema in casa Padania.
Tutto era iniziato bene, chi ripeteva la solita equazione immigrazione uguale criminalità, equazione smentita da ogni dato, perfino quelli del Viminale, firmati da Maroni.
Chi ha urlato per la legalizzazione dei lanciafiamme, chi scrive su facebook augurandosi un ritorno del Duce.
Questo è oro per un partito, soprattutto un partito che fa della sicurezza la sua arma principale, almeno con le parole.
Peccato, magari a quel popolo toccherà pure chiedere scusa per tutti gli insulti a quel giovane ventiduenne.

Ma che razza di giustizia è un titolo azzeccato,soprattutto se proviamo a traslarlo a tutti i leghisti condannati, che non hanno mai visto le porte del carcere.
A cominciare da Roberto Manenti, ex sindaco leghista di Rovato,  uno dei “duri e puri” della lotta all’immigrazione, nemico autoproclamato delle “prostitute di strada”, è stato condannato a sei anni e 8 mesi di carcere per violenza sessuale di gruppo. Tutto parte da una prostituta rumena 19enne che, riuscita a sfuggire ai suoi aguzzini, li aveva denunciati. Dopo un po’ di tempo, però, la ragazza vede su un giornale la foto di Manenti candidato a sindaco di Rovato e nell’esponente della lega riconosce “l’uomo importante” che i suoi sfruttatori l’avevano costretta ad incontrare almeno tre volte. In quelle occasioni, loro l’avrebbero tenuta ferma, mentre Manenti la stuprava. Era il 1999.

Oppure lo stesso leader Bossi, condannato in via definitiva a 8 mesi di reclusione per 200 milioni di finanziamento illecito dalla maxitangente Enimont; condannato in via definitiva per istigazione a delinquere e per oltraggio alla bandiera; indagato e
imputato in altri procedimenti penali.

Oppure Bragantini Matteo che nel 2004 è stato condannato in primo grado a 6 mesi di carcere e a 3 anni d’interdizione dall’attività politica, per istigazione all’odio razziale e propaganda di idee razziste.
Arrestato e condannato in primo grado il 24 novembre 2006 a 2 anni di reclusione dal Tribunale di Torino per truffa aggravata ai danni della Regione Piemonte (a cui dovrà risarcire 255 mila euro): avrebbe, in veste di assessore regionale al Legale, aver architettato un raggiro ai danni della Regione per regalare 6 miliardi di lire pubblici all’amico imprenditore Agostino Tocci, titolare di una concessionaria di auto di lusso, a titolo di “rimborso” per inesistenti danni subiti dalle alluvioni del 1994 e del 2000.

Oppure Calderoli indagato a Milano per ricettazione nell’inchiesta sulla Bpl di Giampiero Fiorani.
O ancora Caparini Davide salvo per prescrizione nel processo per resistenza a pubblico ufficiale nel processo sui tafferugli con la polizia durante una perquisizione nella sede leghista di via Bellerio a Milano.
Oppure Castelli, indagato per abuso d’ufficio patrimoniale per alcune
consulenze facili al ministero della Giustizia durante il secondo governo Berlusconi, s’è salvato grazie al voto del Senato, che nel dicembre 2007 gli ha regalato l’immunità totale per i suoi presunti reati ministeriali, negando l’autorizzazione a procedere chiesta dal Tribunale dei ministri di Roma.

Oppure il ministro della sicurezza Maroni condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale,
in relazione ai tafferugli durante la perquisizione della sede leghista di
via Bellerio a Milano.
E ancora Stefani Stefano indagato a Roma per concorso in truffa ai danni dello Stato e riciclaggio, ha ottenuto la richiesta d’archiviazione del procedimento perché la Procura non ha potuto usare le intercettazioni indirette che facevano sospettare
qualcosa di poco chiaro nella vicenda dei finanziamenti pubblici al
quotidiano «Il Giornale d’Italia». 

Matteo Oliviero

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