Le Valchirie hi-tech inaugurano trionfalmente la stagione della Scala

Sempre con mille occchi puntati addosso, la prima della Scala di Milano – come una ‘femme fatale’ vestita in rosso – è indiscutibilmente capace di far parlare di sé. Che sia accompagnata da fischi, urla o applausi – e sebbene vi trovino posto solo autorità, banchieri e alta borghesia – è poi a suo modo uno specchio della società attuale, per le reazioni che suscita e le polemiche che l’accompagnano. Ma diamine, si tratta pur sempre di Opera, ed è di questo che si parla. Soprattutto quest’anno, che il direttore d’orchestra Daniel Barenboim e il regista Guy Cassiers hanno portato in scena il classico Die Walküre (La Valchiria) di Richard Wagner, ottenendo un successo che spesso è negato a chi apre la stagione dell’Opera scaligera.

L’opera totale per eccellenza diventa hi-tech, subisce un fascinoso restyling visionario e viene scenograficamente condita con proiettori, parallelepipedi e quant’altro. I costumi sono al limite dell’anacronistico e sfidano ogni ricostruzione filologica, ponendosi a cavallo tra classico e post-moderno. Ma al conservatorissimo loggione della Scala la novità è andata giù: “Ben venga la tecnologia – ha affermato Adriano Oliva, alla sua 54° prima alla Scala – se, come stasera, riesce a non snaturare la musica: bisogna pur svecchiarlo questo teatro“. Promosso Cassiers, dunque, ma anche Barenboim, che oramai è considerato uno dei direttori d’orchestra più talentuosi dei nostri anni. Il suo spirito musicale sembra andare a braccetto con quello di Wagner, tanto si trova perfettamente a suo agio nell’esecuzione dei brani del compositore tedesco.

Promossi a pieni voti anche i componenti del cast, soprattutto le donne. Una vera e propria ovazione ha accolto a fine spettacolo Waltraud Meier, meravigliosa soprano interprete di Sieglinde; eccellente anche Nina Stemme, nei panni di una Brünnhilde impavida e al contempo timorosa. Convince un po’ meno l’altra metà del cielo, soprattuto per quanto riguarda il Wotan di Vitalij Kowaljow – ottimo cantante che ha da affinare le sue doti di attore – e del tenore Simon O’Neill, messo a dura prova nel titanico ruolo di Siegmund.

Ovviamente non tutti hanno apprezzato completamente. Qualche fischio è giunto all’inizio del terzo atto e poi nel finale; ma in quest’ultimo caso sono stati sepolti dagli applausi di gran parte del pubblico. Una voce fuori dal coro è quella di Stefano Biondi, 51 anni e 14 prime alla Scala: “Pollice verso – ha commentato Biondi -. Barenboim ha Wagner nelle sue corde, eppure non è all’altezza dei grandi direttori del passato, le voci sono modestissime e l’allestimento è così scontato che si rivela un inutile spreco di soldi in un momento di tagli alla cultura”. Già, i tagli. Ma questa è un’altra storia; perché nel frattempo, fuori dal dorato mondo dell’Opera, un folto gruppo di studenti protestava contro la riforma Gelmini, scontrandosi con i cordoni della polizia.

Roberto Del Bove