Tutti contro Assange. Vuoi vedere che scoppia la pace nel mondo?

Da piccolo, quando sentivo parlare di pace tra i popoli, di fine delle guerre – e nel periodo quasi natalizio, almeno allora, il sondaggio del genere “Quale desiderio vorresti che si esaudisse per…”  era parecchio in voga – rimanevo un po’ disorientato.

Intendiamoci, non che da parte mia non ci fosse lo stesso ingenuo auspicio, però mi chiedevo come diavolo sarebbe potuta capitare una cosa come quella: i miei studi scolastici non erano di certo approfonditi ma, per quel poco che ne sapevo, la guerra, gli uomini l’avevano sempre fatta.

Poi con uno scatto di lucidità fantastica arrivavo alla soluzione: raggiungeremo la pace nel mondo non appena conosceremo gli extraterrestri, così avendo un nuovo nemico estraneo a tutti noi da combattere, potremo concederci la felicità senza privarci della guerra.

Beh quel giorno forse è arrivato e non c’è stato nemmeno bisogno di scrutare i cieli, in attesa di qualche strana navicella in arrivo. Colui che unirà i popoli bandendo definitivamente le armi si chiama Julian Assange ed è nato a Townsville, in Australia, il 3 luglio del 1971. Ovvero il giorno in cui Jim Morrison lasciava questa Terra. E questa coincidenza già basterebbe per sospettare qualcosa sulla natura non comune di Assange.

Il leader di Wikileaks è stato catturato dalla polizia o meglio si è consegnato volontariamente agli agenti britannici. Da qualche tempo circolavano voci riguardo all’intenzione di qualcuno di farlo fuori. Esagerazioni mediatiche? Forse. Ma leggendo i documenti resi noti dal suo sito non ne saremmo così sicuri.

L’accusa per il giornalista australiano è quella di stupro nei confronti di due donne: per l’esattezza Assange avrebbe avuto per due volte rapporti sessuali consenzienti ma non protetti con due ammiratrici. Sulla vicenda, già di per sé un pizzico surreale, ben presto si sono rincorse le voci che vedrebbero in essa un modo come un altro per cercare di fermare l’operato di Wikileaks. E a vedere le reazioni provenienti dai palazzi di governo situati alle più svariate latitudini, l’idea non sembrerebbe nemmeno tanto strampalata.

C’è chi auspica, come il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, che Assange venga processato non solo per l’accusa di stupro: «Era ora, l’accerchiamento internazionale per fortuna ha avuto successo. Assange ha fatto del male alle relazioni diplomatiche […] l’ultima pubblicazione dei siti sensibili è davvero un crimine grave. […] Mi auguro quindi che Assange sia processato anche per altri reati». A fare da eco agli auspici di Frattini, il pensiero di Dianne Feinstein, senatrice democratica e presidente del Senate Intelligence Committee statunitense, che rincara la dose: «Quando Assange ha reso pubblico il suo ultimo tesoro di documenti, oltre 250.000 cablogrammi segreti del Dipartimento di Stato Usa, egli ha intenzionalmente danneggiato il governo statunitense.  […] Assange continua a violare lo Espionage Act che definisce delitto grave per un soggetto non autorizzato il possedere o trasmettere informazioni correlate alla difesa nazionale che il possessore abbia ragione di credere potrebbero essere usate contro gli Stati Uniti o a vantaggio di nazioni straniere».

Insomma altro che sesso senza preservativi.

D’altronde, quando ad essere pubblicati sono centinaia di migliaia di documenti e rapporti, che parlano senza filtro delle dinamiche che intervengono all’interno delle stanze dei bottoni, è comprensibile quel non so che di fastidioso; specialmente per chi è abituato a utilizzare discorsi di facciata, cerimonie diplomatiche e quant’altro, nella speranza di amicarsi un possibile alleato.

Ma a suscitare curiosità è anche la diversa reazione dell’opinione pubblica nei diversi paesi interessati dalle rivelazioni di Wikileaks: se in Italia nessuno ha strabuzzato gli occhi leggendo dei presunti rapporti personali tra Putin e Berlusconi e dei profitti che il nostro Premier avrebbe in cambio del sostegno alle collaborazioni tra Eni e Gazprom, è anche perché nel nostro paese non si è dovuto attendere le rivelazioni del sito di Assange per imparare a convivere con l’indignazione.

In Italia, la storia recente ha dimostrato ampiamente che i governanti hanno sprezzo della vergogna e non solo di quella. Che volete che sia qualche telefonatina in più con l’amico Vladimiro da Leningrado magari effettuata dal lettone da lui ricevuto in dono?

Questione diversa invece nei paesi in cui tendenzialmente le cose filano come dovrebbero, o almeno fino ad oggi così si è sperato.

Tra gli opinionisti si è aperta anche una discussione sul valore giornalistico del lavoro di Wikileaks. Quanto è corretto diffondere notizie, anche sensibili, senza per ovvi motivi avere la possibilità di verificare la natura delle fonti? Che ruolo deve avere il politically correct nell’azione diplomatica – ontologicamente di suo fatta di convenevoli e savoir faire – degli Stati e quale atteggiamento dovrebbe assumere il giornalismo nei suoi confronti? Accettare che si possa fingere per il bene della nazione o pretendere trasparenza in ogni momento della vita democratica?

Tutte vicende che si intrecciano in maniera complessa attorno al concetto di libertà e democrazia.

Ma forse non sta a noi italiani – o meglio non è questo l’hic et nunc ideale – dibattere sulla questione. Non saremmo lucidi abbastanza. Da noi si parla pubblicamente di bavagli, di sospensioni, di carcere.

Altro che libertà.

Simone Olivelli