Enrico Brignano nei panni di Rugantino fino al tredici febbraio

Per indossare i celebri panni della maschera popolare più famosa della capitale ci vuole coraggio, soprattutto dopo che quei panni furono indossati, nel corso della storia, da attori del calibro di Nino Manfredi, Enrico Montesano o Valerio Mastandrea. Enrico Brignano è in scena presso il Teatro Sistina di Roma con il celebre spettacolo “Rugantino” a partire dal ventiquattro novembre. Fino alla metà del mese di febbraio, l’attore, molto apprezzato dal pubblico italiano, delizierà le platee con la propria interpretazione della commedia musicale di Garinei e Giovannini. Per celebrare i sessant’anni del famoso teatro romano verranno ripresi i costumi originali, quelli firmati da Giulio Coltellacci, e le scene della prima edizione. Brignano stesso ha deciso di essere particolarmente fedele alla tradizione e di attenersi al primo copione dell’opera.

Essere all’altezza di Enrico Montesano è, oggettivamente, difficile. Negli anni in cui quest’ultimo si ritrovava a recitare la parte del “bullo di Trastevere” c’era anche un indimenticabile Aldo Fabrizi che vestiva i panni di Mastro Titta, il boia. Che quella di Brignano non sia altro che un’iniziativa destinata a produrre una “brutta copia” delle precedenti versioni della commedia musicale? Ovviamente no; d’altronde è sempre un piacere quello di guardare dalle poltroncine del teatro la storia tanto divertente quanto straziante del buon Rugantino, che continuerà sempre a strappare qualche sorriso complice agli spettatori che, magari, faranno scivolare anche qualche lacrima dalla propria guancia quando arriverà il momento di “Roma nun fa la stupida ‘sta sera”. Nel ruolo di Mastro Titta questa volta c’è Maurizio Mattioli, mentre la bella Rosetta ha il viso di Emy Bergamo. La simpatica Eusebia è, invece, Paola Tiziana Cruciani.

Il cast è decisamente buono e probabilmente lo spirito semplice e popolare di Brignano, che tanto successo riscuote presso il pubblico italiano, si adatta bene al ruolo di Rugantino, che, in fin dei conti, non è altro che un bonaccione.

Martina Cesaretti