La politica che conta. Quando un voto è qualcosa di più

Un per tre fa tre. Lo saprebbe anche un bambino e a quanto pare lo sanno anche in Parlamento. Alla faccia degli scettici.

Comunque, dicevamo, un per tre fa tre. Prendi un partito (sic!), con soli tre iscritti e otterrai tre posizioni politiche diverse. Una specie di trinità politica o meglio il nuovo Movimento di responsabilità nazionale a cui aderiscono Domenico Scilipoti, Massimo Calearo e Bruno Cesario.

Nel caso di Calearo, poi, il numero tre ritorna sempre nemmeno fosse un personaggio di ispirazione dantesca: ha tre figli, l’attuale legislatura lo ricorda come  coautore della legge sul made in Italy insieme ai deputati Regazzoni e Versace, ma soprattutto in trenta mesi è riuscito a cambiare tre partiti, passando dall’originaria tessera del Pd (marzo 2008), al Gruppo Misto (novembre 2009), per poi finire nell’Api di Rutelli (settembre 2010).

Sarà anche per l’avvicinarsi di una data importante, come quella del prossimo 14 dicembre, che Calearo ha scelto di forzare la regola del tre? Non possiamo saperlo, però possiamo ragionare sul triste gioco della conta a cui in questi giorni gli italiani sono costretti ad assistere.

La solidità e le potenzialità del nostro governo giudicate dalla capacità di attrarre le allodole dell’ultima ora o recuperare i voltagabbana approdati per tempo in altri lidi nel timore di venire travolti da una possibile debacle. In un’epoca in cui gli ideali – men che meno nella politica che si gioca all’interno dei palazzi del potere – non hanno più dimora e si (s)cambia il proprio voto come si faceva con le figurine da piccoli, ciò non stupisce più. E anche la sacra capacità di indignarsi viene messa a dura prova.

Mentre il leader del Pd, Pierluigi Bersani, si chiede se «quando ci si rivolge a parlamentari facendo opera di convinzione non solo sotto il profilo politico e culturale, ma anche a quello materiale siamo di fronte a uno scandalo o a un reato di corruzione?», per dovere di cronaca dobbiamo dire che nelle dichiarazioni dei corteggiati – e tra di essi anche Calearo, Scilipoti, Cesario – non vi è alcuna allusione a possibili tornaconti personali nel determinare la propria scelta di voto. Ma solo espressioni come “autonomia di pensiero”, “desiderio di rappresentare chi mi ha eletto”, “per il bene del Paese”, “coscienza”.

Di Divina Commedia ce n’è stata una sola. Diteglielo.

Nella foto: una vignetta di Vauro Senesi.

Simone Olivelli