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NewNotizie intervista Lucio Perrimezzi e Giulia Argnani, autori di “Rockin’ Roads”

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Rockin’ Roads, pubblicato dalla Tunuè, è un graphic novel sceneggiato da Lucio Perrimezzi e disegnato da Giulia Argnani. Racconta la storia di Davide, calabrese trapiantato a Roma per studiare Giurisprudenza, che alle leggi e ai tribunali preferisce il rock suonato assieme ai Deconstruction. Diviso fra l’amore di Antonella e Tea, Nodave si appresta così a percorrere il cammino tortuoso dell’adolescenza, con tutti suoi i dubbi, le sue incertezze e le sue emozioni indimenticabili.

Come è nato Rockin’ Roads?

L: Rockin’ Roads nasce essenzialmente dalla mia esigenza di raccontare una storia che parlasse di una delle mie più grandi passioni, la musica. Più in particolare, mi stimolava la possibilità di poter ambientare una vicenda all’interno del sottobosco metal. Ho sempre notato infatti che, il più delle volte, il mondo della musica estrema viene inspiegabilmente ignorato da media, televisioni e libri. Ed essendo io un appassionato di questo genere, la scelta è stata pressoché obbligatoria! Su questo sfondo, ho deciso di voler parlare della vita di un ragazzo, alle prese con i suoi fantasmi, i suoi conflitti e, perché no, la sua consequenziale crescita e corredare il tutto da pensieri, emozioni e sentimenti, del protagonista e di tutto il cast dei personaggi che lo circondano, disegnando delle connessioni fra loro. Infine, volevo vedere scene di pogo selvaggio in un mio libro e fare dire tante parolacce ai personaggi!

G: Era un po’ di tempo che Lucio aveva espresso il desiderio di fare qualcosa assieme, e nel giro di qualche mese è passato dal vago ai fatti mandandomi una sinossi di un nuovo lavoro che stava scrivendo. Tutto aveva già una forma ben delineata con tanto di minuzioso profilo psicologico dei personaggi (che non sono nemmeno pochi in questa storia) e una idea molto precisa di quello che voleva raccontare. Gli argomenti di base erano e sono musica e sentimento. Potevo dire di no?

(A Lucio Perrimezzi)

Davide, il protagonista di Rockin’ Roads, studia Giurisprudenza e vive per la musica. Tu sei avvocato e adori la musica: quanto c’è di te in questo personaggio?

In effetti qualche anno fa suonavo la batteria in un gruppo black metal, ci chiamavamo gli Evil Vaginal Desecration, ma ci odiavamo tutti sin dal primo giorno. Ci siamo sciolti quando, durante un live set, il chitarrista ha cercato di accoltellare il cantante. A parte questa premessa – che non deve essere necessariamente accaduta per davvero – credo che la cose che abbiamo maggiormente in comune io e NoDave sia la passione per l’heavy metal e per la lucha libre messicana. Per il resto, secondo me la chitarra ha troppe corde, e secondo NoDave Giurisprudenza ha troppi libri.

C’è molta accuratezza nelle descrizioni della realtà musicale all’interno dell’opera, ed una grande precisione nel descrivere i dettagli. Questo connubio tra musica e fumetto può dunque garantire molti spunti interessanti. Quanto può dare, secondo te, la musica ai fumetti?

Bella domanda. Innanzitutto credo che, come per qualsiasi cosa, anche per la musica sia necessario un minimo di competenza, se si decide di parlarne in una graphic novel, in un romanzo etc. Voglio dire, non bastano due chitarre e un microfono per dire “Ehi, sto parlando di musica, yeah”. Fatta questa doverosa premessa, sono del parere che il fumetto può essere (anche) un ottimo mezzo per far conoscere alcuni movimenti cultural – musicali al lettore, facendolo venire a contatto con realtà che non conosceva o di cui aveva magari solo informazioni frammentarie. Non dimentichiamoci che la musica non è mai solamente musica e basta. Il più delle volte essa ha dietro uno stile di vita, dei conflitti, una sua cultura… e magari anche una storia che aspetta solo di essere raccontata.

Una curiosità: la canzone all’interno Rockin’ Roads sei stato tu ad idearla? Se si, era la prima volta che ti cimentavi?

Sì, è tutta farina del mio sacco e no, non era la prima volta che mi cimentavo in una cosa del genere. Ho fatto da “paroliere” per una band dove suonavano alcuni amici, ma è stato davvero molti anni fa… Quando ho scritto il testo della canzone Rockin’ Roads ero un po’ arrugginito e ho dovuto faticare non poco. Spero che il risultato possa piacere!

(A Giulia Argnani)

Rockin’ Roads è un graphic novel molto espressivo, che ha in sé tutta la l’energia ed i toni dell’adolescenza e del rock. In tal senso avete mai pensato ad una realizzazione a colori?

A dire il vero no. Sicuramente i miei disegni che, hanno di base una linea chiara, si prestano molto ad essere “riempiti” anche con il colore certamente (cosa che per altro è stata fatta in “Strane convivenze” un mio precedente lavoro edito da Freebooks) ma la scala di grigi che abbiamo adottato perché fa parte del mio stile da anni, permette sfumature molto adatte a creare l’atmosfera e il tono giusto alla narrazione, anzi a volte trovo la scala di grigi molto più evocativa del colore, un po’ come quando nella fotografia si decide per uno scatto in bianco e nero piuttosto che a colori proprio per questa ragione.

Ultimamente stanno venendo alla ribalta molte donne disegnatrici (Daniela Vetro in Dylan Dog e Silvia Califano in John Doe, solo per fare alcuni nomi). Pensi sia una sorta di rivincita rispetto al passato?

Mah, qui potrebbe aprirsi un lungo capitolo. In tutte le professioni esiste un esubero di uomini, dato di fatto da cui nasce questa domanda. Vista in questi termini, certamente la si potrebbe anche considerare una rivincita, ma il fatto è che non mi piace concepirla come una gara, tanto meno una gara tra sessi perché non mi sento minimamente in competizione con gli uomini, io penso solo a fare bene il mio lavoro. Questo modo di vedere le cose è portata avanti esclusivamente dal mondo maschile che non tollera (non so bene per quale motivo) che una donna possa fare il loro stesso lavoro e alla stessa altezza, a volte anche meglio (o peggio certamente)  Io credo solo che esista un mestiere e la possibilità di farlo bene o male. Basta. E vorrei che fosse questo ad essere preso in considerazione, il LAVORO delle persone, indipendentemente da chi lo ha eseguito. Così sì che nascerebbe una bella e sana competizione basata sullo scambio e l’arricchimento, per migliorarsi come persone e professionisti. Ma in Italia purtroppo abbiamo ancora una povertà culturale imbarazzante, e un gran miglioramento io non lo sto vedendo. Perciò fino a quando la massa rimarrà massa anziché essere un  insieme di individui pensanti, ci sarà sempre qualcuno che davanti ad un lavoro ben fatto dirà: “Toh! lo ha fatto una donna!”

Nei tuoi disegni sembrano confluire stili diversi. Si scorge forse l’influenza di Andrea Pazienza e di tutta la scena underground, ma anche un lieve tendenza manga nelle linee dei personaggi. A che genere o a quali disegnatori ti ispiri?

Be’, devo dire che fra tutti il filone giapponese è quello che mi ha segnata di più. Sono classe 1979 come Haidi, quindi sono cresciuta con lei e tutti i robot e miriade di personaggi davvero meravigliosi che in quegli anni hanno popolato la televisione con storie davvero affascinanti e molto profonde, cose che i bambini di oggi purtroppo non hanno più. In questo senso mi sento appartenente all’ultima generazione fortunata. Il panorama italiano: Pazienza, Breccia, Toppi, Manara e via dicendo li ho scoperti molto dopo. Sono una tardona! Fino a 15 anni non sapevo nemmeno cosa fossero i fumetti e ci ho messo un po’ per uscire dal “primo amore” . Ho amato molto Miyazaky, Katsura, Mitsuro Adachi, non potrei mai rinnegarli, mi hanno coccolata per anni.   Oggi cerco di farmi influenzare da tutto, di arricchirmi con qualunque autore mi affascini e mi insegni cose nuove, soluzioni interessanti a cui magari non avevo pensato. Per esempio adoro Joshua Middleton, Frezzato, Baru, Camincoli, Serpieri, Craig Thompson, Terry Moore e molti disegnatori  più recenti come Carmine Di Giandomenico, Matteo Scalera, Denis Medri, Vincenzo Cucca, e via dicendo. Ce ne sono davvero un sacco bravissimi, cerco di sforzarmi di essere più open mind possibile e guardarmi attorno come una scimmia curiosa, perché è questo l’unico modo per evolversi. Sentire che si sta imparando qualcosa di nuovo è una sensazione meravigliosa. Più cose si sanno in un mestiere come questo e meglio è, per avere sempre un bagaglio o un riferimento a cui attingere.

Si ringraziano la Tunué, Lucio Perrimezzi e Giulia Argnani per la disponibilità.

Intervista a cura di Andrea Camillo ed Antonio Lilli