Fiducia: le ceneri del giorno dopo

Il giorno dopo la guerriglia, Roma si risveglia da un incubo. Un incubo civile e parlamentare che lascia addosso gli strascichi di una sbornia collettiva. Le barricate, le fiamme e i fumogeni per strada; i leghisti che col loro strabismo prospettico esultavano per la fiducia ottenuta con lo sguardo già alle prossime elezioni; il Partito Democratico dileguatosi dopo la toccata e fuga del voto; Berlusconi che, come lo racconta Luca Telese sul Fatto di oggi, camminava fra gli scranni di Montecitorio con “gli occhi spalancati, l’espressione interdetta, il sorriso (che) si accende e si spegne in modo meccanico, come una lampadina che si sta per fulminare”; Fini appeso alle corde di un ring che cerca di restare in piedi dopo il quasi ko di un round che non sarà l’ultimo; Casini che, secondo Vittorio Feltri, è stretto tra l’incudine del terzo polo e il martello della Chiesa che vorrebbe un suo ingresso in maggioranza.

Verrebbe da dire dopo la fiducia, il deserto. La Corte Costituzionale che rinvia a Gennaio la decisione sul legittimo impedimento; il Pdl che ha già chiesto di sospendere fino a fine anno le attività della Camera. Già, perché i tre voti in più alla Camera hanno salvato il Governo ma non la possibilità di governare. “Approveremo solo ciò che condividiamo, senza ingoiare cose che non ci piacciono”. E’ la parola d’ordine dei finiani subito dopo il voto di ieri. Diventa l’incipit di un nuovo romanzo (o dramma) dal titolo “Dopo la fiducia il pallottoliere”.

Niente di nuovo, dunque. Con una maggioranza risicata alla Camera nessuna delle riforme costituzionali potrà passare senza il placet delle opposizioni. Per questo, politicamente, la fiducia di ieri presto sarà archiviata come una semplice sosta isterica prima del capolinea delle elezioni. Le urla della maggioranza, il dito medio di Gasparri all’indirizzo di Fini, il tricolore della Mussolini sulla poltrona vuota del Presidente della Camera forse saranno ricordati come l’esasperata reazione ad un clima politico asfittico, al pari delle auto incendiate e delle vetrine frantumate ieri per le strade di Roma.

Da oggi l’incognita del futuro resta intatta come due giorni fa. E per chiudere (o riaprire) i pronostici sugli esiti di questa legislatura occorre di nuovo il racconto di Telese, che affida alle parole di Cirino Pomicino il giudizio su una fiducia che sa tanto di sconforto: “Berlusconi ha giocato tutte le sue carte per vincere, ma il vero paradosso è tutto qui. La violenza che ha dovuto mettere in campo per portare a casa questo risultato, produce l’energia che impedirà che si possa ricucire con Futuro e Libertà e anche con l’Udc. Il voto che lo salva, insomma, è anche quello che lo condanna.

Cristiano Marti