I nuovi alfieri della responsabilità che mettono in ginocchio Fli

Difficile stabilire se i sette deputati che ieri hanno votato a sorpresa la fiducia al governo siano stati attraversati da una reale crisi politica o abbiano piuttosto ceduto alle presunte “sirene” del presidente del Consiglio. Antonio Di Pietro giura di aver consegnato alla Procura romana materiale a sufficienza per dimostrare che il “mercato delle vacche” non solo si è consumato, ma ha anche sortito gli effetti sperati.

In attesa di conoscere gli sviluppi delle indagini avviate sulla scorta degli esposti presentati dal leader dell’Idv, sarà forse utile pennellare i ritratti dei tre parlamentari che – con il loro voto o la loro astensione – hanno permesso al governo Berlusconi di sopravvivere. E hanno dimostrato che il movimento capitanato dal presidente della Camera non è poi così coeso (come più volte sbandierato), ma attraversato anzi da dubbi e tentennamenti.

Silvano Moffa è stato nei giorni precedenti alla votazione la “colomba” più entusiasta. L’infaticabile pontiere che ha tentato di ricucire lo strappo tra Berlusconi e Fini, incoraggiando sgangherati baratti. A lui va di certo riconosciuto il merito di aver tentato fino alla fine e di aver sempre espresso la sua contrarietà alle dimissioni del premier, ma non basta. Stando ai resoconti consegnati dai presenti, infatti, nonostante le sue manifeste reticenze, nel corso dell’ultima riunione convocata da Fini nella notte tra il 13 e il 14 dicembre per decidere sul da farsi, Moffa avrebbe assicurato ai suoi la disponibilità ad adeguarsi alla linea sostenuta dai “falchi”, promettendo di fornire il suo contributo alla caduta dell’esecutivo.

Così non è stato e, una volta raggiunta la Camera dei deputati, il finiano è stato assalito da nuovi, sfiancanti dubbi. Alla doppia chiamata dei commessi che ieri gli chiedevano di esprimere il suo voto sulla mozione di sfiducia, ha preferito non rispondere, trincerandosi dietro un’astensione che è valsa il tradimento di Gianfranco Fini. Più tardi, a bocce ferme, dichiarerà di non essersi riconosciuto nei toni guerrafondai del discorso scandito in Aula da Italo Bocchino, capogruppo dei finiani alla Camera, e di aver per questo deciso di abbandonare il neo-partito.

Tornerà al Pdl? Non è dato saperlo, ma in molti ipotizzano che unirà le sue forze a quelle degli esponenti del gruppo misto. E non è tutto, perché in serata l’ex “colomba” ha deciso di chiudere in bellezza la tormentata giornata, assestando l’ultimo colpo al presidente della Camera: “Il ruolo di Fini – ha tagliato corto Moffa – non è più compatibile col ruolo di presidente della Camera“.

Gli altri due “tradimenti” consumati ieri all’interno di Fli hanno il volto angelicato di Catia Polidori e quello rassicurante di Maria Grazia Siliquini. Due donne che, sin dall’inizio, sembra abbiano manifestato grande entusiasmo per la causa “futurista”, salvo poi esternare dubbi e perplessità a poche ore dalla votazione finale. Di Catia Polidori in particolare, si dice che fosse assai solidale alla “battaglia” ingaggiata da Gianfranco Fini e che avesse sempre dimostrato fedeltà al nuovo leder. Per questo quel suo “no” scandito ieri in Aula ha causato il finimondo. Per quanto, alla vigilia della votazione, i rumors su un suo probabile “cedimento” fossero già trapelati.

Secondo la versione dei detrattori della bionda Catia, a pesare sulla sua decisione sarebbero state le promesse scandite dai “berluscones” che avrebbero assicurato all’ex finiana un aiuto alla Cepu. La Polidori sarebbe, infatti, la cugina di Francesco Polidori, fondatore del noto gruppo di formazione scolastica e universitaria. Una parentela che ai presunti “compratori” avrebbe fornito il pretesto perfetto per “agganciare” la finiana e indurla a consumare il tradimento parlamentare.

Lei, ovviamente, smentisce, adducendo ragioni politiche: “Non me la sono sentita – ha spiegato ieri – di lasciare il Paese in preda alla crisi economica senza la guida di un governo”. Una scelta di responsabilità, dunque, che ha però inevitabilmente segnato la fine del rapporto con Gianfranco Fini. A “tradimento” consumato, è stato Luca Barbareschi a puntare l’indice contro la ex compagna: “Persone come la Polidori – ha tuonato – è meglio perderle per strada. Ieri (due giorni fa, ndr) aveva confermato il no alla fiducia e poi stamattina (ieri, ndr) ha detto che aveva problemi con il Cepu. Ma vi rendete conto che cosa sta succedendo? Siamo alla corruzione di Pubblico Ufficiale”.

Un’accusa gravissima che confermerebbe i sospetti delle malelingue. E Maria Grazia Siliquini? Il suo percorso sembra essere stato più “trasparente”. Incalzata dai compagni di partito, infatti, la deputata non avrebbe mai fatto mistero della sua contrarietà a chiedere la testa di Silvio Berlusconi e avrebbe più volte tentato (insieme a Moffa) di evitare lo scontro diretto tra Fini e il premier. Alla vigilia delle votazioni in Aula, la Siliquini avrebbe addirittura deciso di non partecipare alla riunione del gruppo, promettendo telefonicamente al presidente della Camera che avrebbe riflettuto sul da farsi.

Un “isolamento” che deve aver impensierito Gianfranco Fini, il quale ieri mattina è stato raggiunto da un biglietto vergato a mano dalla stessa Siliquini: “Mi dispiace, ma proprio non posso“. Una comunicazione lapidaria, che ha definitivamente infranto le speranze del presidente della Camera. “Non condivido né linea né metodi – ha spiegato ieri la ex finiana ai cronisti – Mi hanno fatto firmare la mozione di sfiducia in tre minuti e non mi è mai andata giù l’idea di far dimettere Berlusconi soltanto perché a qualcuno, a un certo punto, non è più piaciuto. Sono serenissima per la scelta fatta – ha assicurato la Siliquini – Ho lavorato fino all’ultimo per trovare una mediazione e mi dispiace che non si sia potuto trovare un accordo tra Pdl e Fli per ampliare il governo”.

I tre alfieri della responsabilità nazionale, insomma, per ora hanno solo avuto la responsabilità di mettere in ginocchio Fli, costringendo il presidente della Camera in un angolo insidioso.

Maria Saporito