Assange libero. Ma teme l’estradizione negli Usa

Dopo la decisione dell’Alta Corte di Londra di concedere la libertà provvisoria al fondatore di Wikileaks, ora Julian Assange teme l’assalto degli Stati Uniti: “Ci sono voci di un’incriminazione”, ha detto Assange a proposito delle decisioni della giustizia federale, la quale sta cercando di legare il destino giudiziario dell’hacker australiano a quello di Bradley Manning, l’analista dell’intelligence militare considerato la talpa di Wikileaks.

Già nei giorni scorsi giornali come Repubblica avevano parlato di presunti incarichi che l’amministrazione Obama avrebbe affidato ad un pool di giudici per studiare i capi d’accusa. Timori che ieri sembrano diventati concreti: gli avvocati americani di Assange, infatti, lo avrebbero informato delle incriminazioni già formulate dalla giustizia statunitense, e lo stesso leader di Wikileaks, appena uscito dal carcere ha dichiarato di non temere l’estradizione in Svezia; “sono molto più preoccupato di essere estradato negli Stati Uniti”. E la possibilità che il governo americano faccia questa richiesta sono tutt’altro che remote. Intanto la prossima udienza per l’estradizione in Svezia ci sarà l’11 Gennaio, con una procedura che durerà diversi mesi. Arco di tempo durante il quale gli Stati Uniti avrebbero tutto il tempo di raccogliere le prove per incriminare Assange di spionaggio, chiedendone a loro volta l’estradizione.

Nel frattempo, però, Wikileaks potrà tornare ad aver il contributo attivo del suo leader, che passerà il periodo degli arresti domiciliari presso la lussuosa villa di Vaugham Smith, presidente di Frontline che si era reso disponibile ad ospitarlo in caso di scarcerazione. Resta il fatto che Assange, d’ora in poi, non vivrà più nell’ombra. Dopo che si era detto disposto a comunicare solo il suo numero di casella postale, la decisione del giudice inglese Duncan Ouseley ha imposto ad Assange rigide condizioni: dovrà consegnare il passaporto alle autorità, indossare il braccialetto elettronico, presentarsi ogni giorno alla stazione di polizia più vicina e rispettare gli orari di “coprifuoco”.

Ieri, intanto, il fondatore di Wikileaks ha raggiunto la sua residenza provvisoria nella contea di Suffolk, a circa 200 chilometri da Londra. “I miei avvocati – ha dichiarato – hanno detto che ci sarà un nuovo tentativo di diffamazione da un momento all’altro. La mia sensazione è che ci siano numerosi interessi diversi, personali, nazionali e internazionali, dietro (a questa) procedura.

Cristiano Marti