La Consulta, immigrazione: Non è reato restare per povertà

La Consulta pone un ulteriore freno alla legge sulla clandestinità, non è punibile lo straniero che in estremo stato di indigenza non ottempera all’ordine di allontanamento.
Cade dunque un altro pezzo della politica del governo sull’immigrazione, dopo la bocciatura dell’aggravante per clandestinità.

Il pacchetto sicurezza, votato nel 2009, perde un ulteriore pezzo, lo ha deciso la Corte Costituzionale.
Nel giugno scorso la Consulta aveva già giudicato illegittima l’aggravante di clandestinità (pene aumentate di un terzo se a compiere un reato è un irregolare), prevista dal primo pacchetto sicurezza del luglio 2008.
Ora è un altro pezzo della politica migratoria del governo a cadere: quel reato di clandestinità previsto dalla legge, ma di fatto inapplicato nei tribunali.

A sollevare il polverone dinanzi alla Consulta è stato il tribunale di Voghera, chiamato a giudicare sul caso di una donna irregolare più volte raggiunta da un decreto di espulsione ma che, per motivi di estrema indigenza, non ha potuto lasciare l’Italia con i propri mezzi.
Il punto è che tale “giustificato motivo” non è stato previsto dall’articolo14, comma 5 quater, del testo unico sull’immigrazione, così come modificato dall’ultimo pacchetto sicurezza del governo Berlusconi (legge 94 del luglio 2009).

Da qui la decisione della Consulta: dopo aver rilevato che il pacchetto sicurezza ha aumentato nel massimo (da quattro a cinque anni) le pene per lo straniero destinatario di un decreto di espulsione adottato dopo l’inottemperanza a un precedente ordine di allontanamento, la Corte Costituzionale censura proprio la mancata previsione di un “giustificato motivo“.

Si tratta infatti, scrivono i giudici costituzionali nella sentenza 359 depositata oggi in cancelleria, di una clausola che, come la Corte ha già rilevato, è tra quelle destinate in linea di massima a fungere da ‘valvola di sicurezzà del meccanismo repressivo, evitando che la sanzione penale scatti allorché, anche al di fuori della presenza di vere e proprie cause di giustificazione, l’osservanza del precetto appaia concretamente ‘inesigibilè in ragione, a seconda dei casi, di situazioni ostative al carattere soggettivo od oggettivo.

Matteo Oliviero