Costa d’Avorio sotto la lente della comunità internazionale

Non possiamo permettere che Laurent Gbagbo e i suoi sostenitori continuino a conservare il potere contro il volere popolare. Lo esorto a lasciare l’incarico.” Con le parole del segretario generale Ban Ki Moon rivolte al presidente Laurent Gbagbo, la condanna alla vicenda elettorale in Costa d’Avorio arriva dall’Onu. Dal 3 dicembre il Paese è sull’orlo di una guerra civile, a causa delle proteste dei sostenitori di Alassane Ouattara, vincitore delle ultime elezioni ma destituito dallo stesso Gbagbo (ora al potere) dopo un ricorso al Consiglio Costituzionale.

Dopo gli scontri e i 14 morti di due giorni fa, ieri la polizia è tornata a sparare sui manifestanti, e ad oggi il bilancio di morti e feriti resta incerto. Si parla di 10 o 30 persone rimaste uccise e di un’ottantina di feriti. Nonostante le parole di Ban Ki Moon e la condanna del Consiglio Europeo, il quale “conferma la sua determinazione a prendere misure restrittive”, Gbagbo non sembra intenzionato a riconoscere il risultato elettorale. E, attraverso il suo portavoce Alain Toussaint, accusa la comunità internazionale: “L’esortazione dell’Unione europea affinché l’esercito non risponda più al Presidente Gbagbo è totalmente irresponsabile. Non farà che peggiorare le cose.

Ieri, intanto, la diplomazia occidentale ha evitato in extremis un altro possibile bagno di sangue, riuscendo a distogliere i manifestanti, capeggiati dal Primo Ministro Guillaume Soro, a marciare verso la sede del Parlamento, nella capitale Abidjan. L’obiettivo delle sanzioni, però, resta il punto principale. Il ministro degli esteri francese Michéle Alliot-Marie esorta a mantenere alta la pressione: “Bisogna far capire che la sola firma bancaria valida per lo Stato ivoriano è ormai quella di Ouattara”. Sanzioni economiche, dunque, per convincere Gbagbo a lasciare il potere.

Si parla di “strangolamento finanziario”: se la comunità internazionale riconosce solo la firma di Ouattara negli atti politici e finanziari (debiti, prestiti, scambi e rapporti con le istituzioni mondiali) si toglie a Gbagbo la possibilità di qualsiasi iniziativa economica. Per lo stesso l’ultimatum lo ha dato il presidente francese Sarkozy: deve lasciare il governo entro domani. Con la possibilità, offertagli dagli Stati Uniti di finire in esilio in qualche Paese disposto ad accoglierlo.

Cristiano Marti