Vendola in corsa per la leadership. Bersani gira a vuoto

Dopo il voto espresso da Senato e Camera, secondo voi chi si è rafforzato? Questa la domanda del sondaggio lanciato Martedì su Repubblica.it. Di certo non Bersani e il suo Pd. Questa la risposta dei quasi 77 mila lettori che hanno partecipato al sondaggio. Anzi, nonostante una maggioranza alla Camera che da ora in poi è vittima di possibili imboscate, la percezione del pubblico è che ad uscire più forte dal voto di fiducia è Silvio Berlusconi.

Un sondaggio che implicitamente punta anche lo sguardo verso le prossime elezioni, dato che, se dovessimo guardare all’attività parlamentare i pronostici andrebbero fatti giorno per giorno. Se immaginiamo il voto di fiducia come l’ultimo esonero prima dell’esame finale delle urne, chi ha partecipato al sondaggio di Repubblica vede Bersani tutt’altro che in una posizione di forza. Solo il 12% (contro il 21% di Berlusconi) ritiene che il voto di fiducia abbia dato vantaggio al segretario democratico. Certo, va detto che Casini si è fermato al 10% e Fini (che più di tutti ci ha messo la faccia) ha raccolto solo 7 punti.

Ma per spiegare la debolezza di Bersani basta guardare ad un ultimo dato: il 32% dei votanti ha risposto che nessuno dei politici “offerti dal sondaggio” (ci sono anche Bossi e Di Pietro) si è rafforzato dopo il voto di fiducia. Allora chi è uscito vincitore dal voto di Martedì? Considerando che tutte le forze partitiche della destra sono in qualche modo in Parlamento o al Governo, la risposta va cercata fra i leader della Sinistra che ed oggi non siedono in Parlamento. E viene facile pensare a Nichi Vendola, che si conferma sempre più uomo chiave nel campo dell’opposizione. Nell’ultimo sondaggio di Ipr-Marketing l’indice di gradimento di Sel è arrivato al 30%, contro i 28 punti del Pd.

Non a caso il Governatore della Puglia ha avviato Lunedì la sua macchina elettorale per conquistare la leadership del centro sinistra. Il giorno prima della fiducia; il giorno prima degli scontri di Roma, quando lo stomaco del Paese ha vomitato l’esasperazione per l’indifferenza e i complotti parlamentari. Vendola parte dal racconto, quello di un’Italia migliore che ha “preferito la fatica dell’onestà al comfort della furbizia”. Da dove (ri)parte, invece, Bersani? Dall’intervista di ieri a Repubblica, dove alla “fatica della vocazione” sceglie la furbizia di palazzo. Meglio alleanze gestite dai vertici che il dialogo con gli elettori: “Le primarie possono inibire rapporti più aperti e più larghi non solo con i partiti ma con la società civile. E possono portare elementi di dissociazione dentro il Pd che non fanno bene a nessuno.” Eccola qui la debolezza di Bersani. La dissociazione.

Il disorientamento programmatico che ha portato il Pd a ruotare solo su se stesso. Adesso che il Terzo Polo è diventato realtà e sembra rappresentare l’elemento di novità della politica, i democratici spingono verso un’intesa per le prossime elezioni. Una deriva che rischierebbe di portare il Pd nell’anonimato, tanto da far ipotizzare a Paola Zanca, sul Fatto di oggi, che nel centro sinistra il “trattino sinistra” nella coalizione Pd sia definitivamente sparito. Allearsi con Udc, Api e Fli anche a costo di rinunciare alle primarie. Questo il pensiero di Bersani, che impugna il pallottoliere parlamentare ma dimentica di indossare gli occhiali per leggere gli umori del suo elettorato, che a sinistra ci vuole restare. Prima il progetto del Nuovo Ulivo, poi l’idea di una nuova alleanza. Prima, dopo l’iniziale diffidenza, l’apertura alle primarie, poi l’apertura al Terzo Polo. Un girotondo a vuoto che come unico effetto ha la forza centrifuga di un elettorato che scappa. Magari verso forze e Leader che, per ora, non siedono ancora in Parlamento.

Cristiano Marti