La Zappa del Rock: 70 anni di musica e ironia senza pietà

“Le riviste di musica sono scritte da gente che non sa scrivere, che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere” (Frank Zappa)

Fortuna sua che sia nato negli Stati Uniti (nel Maryland, per la precisione) e non in Italia; a Frank Zappa, dato quel cognome, le prese in giro nel Belpaese non sarebbero mancate. Molti gli avrebbero consigliato di darsi ad altri mestieri piuttosto che alla musica. Sbagliando, ovviamente. E alla fine chi ha davvero saputo prendere in giro tutto e tutti con sagacia, ironia caustica, e impietosa analisi è proprio lui. Dagli hippie ai gay, dagli yuppie ai cattolici, non ha mai risparmiato nessuno. L’unica cosa a non risparmiare lui, invece, è stato un cancro alla prostata, che nel 1993 se lo è portato via. Dopodomani,il 21 dicembre 2010, Frank avrebbe compiuto 70 anni.

Diciamocelo, non era un gran simpaticone il signor Zappa. Faceva ridere, certo, ma solo a quella porzione del genere umano che non aveva mai preso per il culo nelle sue canzoni. Se è vero però che la grandezza di un uomo si misura dal numero dei suoi nemici, allora lui era indiscutibilmente un grandissimo. Pretese sociologiche a parte, comunque, ricordando Zappa si celebra soprattutto un musicista come pochi: competente, versatile, pignolo, capace di attraversare tutti i generi concepibili, dalla classica (con lo pseudonimo di Francesco Zappa) al rock, dalla fusion all’R&B.

Re del nonsense pieno di significato, Zappa era capace di attingere a qualunque fonte d’ispirazione, anche la più apparentemente ridicola. Eccolo allora prendere spunto dalle imprecazioni degli operai – incaricati di allestire il palco per un concerto nella sua terra d’origine, la Sicilia – e scrivere due pezzi assurdi intitolati Tengo ‘na minchia tanta e Questi cazzi di piccione. Oppure eccolo deridere il sogno americano e la frustrazione sessuale dell’America cattolica e perbenista in Catholic Girls e Bobby Brown goes down.

Zappa era sempre pienamente consapevole della sua qualità artistica ed era sempre accompagnato da validissimi collaboratori, che sceglieva accuratamente e con puntiglio (agli appassionati di musica basterà citare i nomi del chitarrista Steve Vai e del batterista Terry Bozzio per capire l’altissimo livello di competenza richiesto da Frank). E a chi non andavano bene le sue bizzarre trovate musicali, il suo reinventarsi completamente album dopo album, lui sapeva come rispondere: fregandosene. Come quella volta a Pistoia, nel 1982, quando fece allestire un maxischermo sul palco che trasmetteva la partita Germania Ovest-Francia dei mondiali di calcio, che si svolgeva in contemporanea con il suo concerto. “Chi non capisce un tubo della musica che faccio può tranquillamente guardarsi le partite – disse Zappa – … così non ha buttato i soldi del biglietto”. Pratico ed efficace.

Resta comunque il fatto che Zappa non era solo un musicista competente ed eclettico, ma anche estremamente prolifico: arrangiava, componeva, suonava, senza fermarsi mai. E grazie al suo sconfinato amore per la musica, per diversi anni dopo la sua morte ha continuato a regalarci album a cadenza annuale per quasi un decennio, senza che nessuno avesse il sospetto che famigliari e casa discografica stessero grattando il fondo del barile. Questo è un altro motivo per cui non vale la pena di ricordarlo con nostalgia o commozione: se è vero che da una parte lui – allergico ai sentimentalismi – non lo avrebbe mai voluto, dall’altra non ci stupiremmo se domani, andando in un negozio di dischi, dovessimo trovare un suo nuovo album. Più vivo di così.

Roberto Del Bove