Rischio Iran per le Pmi italiane

Rischio beffa per centinaia di imprese italiane che esportano in Iran.

Le consegna per il 2010 sono state rispettate ma il denaro iraniano non arriva, non perché gli acquirenti siano insolventi, ma perché nessuna banca europea è disposta ad accettare i flussi dei pagamenti provenienti dall’Iran.

E non per questioni tecniche ma “reputazionali”, con la conseguenza che le lettere di credito emesse dalle banche di Teheran per centinaia di milioni di euro (anche se c’è chi parla di circa un miliardo) non riescono a confluire nelle casse di grandi aziende e, soprattutto, di tantissime Pmi nostrane, le cui esportazioni sono state tutte autorizzate nel rispetto delle regole comunitarie che impediscono, tra l’altro, di vendere allo Stato iraniano materiali utilizzabili per produrre armi nucleari, biologiche, missilistiche e chimiche di distruzione di massa.

Il fatto

In attesa delle sanzioni Onu, nei primi 7 mesi dell’anno l’export delle aziende italiane verso l’Iran ha registrato un’impennata senza precedenti. Nel settore macchine utensili e robotica, ad esempio, l’aumento è stato del 384%, con il nostro Paese che ha superato addirittura gli Usa. Nella meccanica varia e affine, ancora, nei primi 6 mesi dell’anno si è registrato un +236% nell’export delle turbine a vapore, un +257% per le macchine per la lavorazione del pane e un +249% per quelle dei molini.

L’intero settore meccanico, in sostanza, ha vissuto una serie di record che per molte aziende nostrane hanno più che compensato i danni generati dalla crisi.

Dopo la risoluzione Onu, invece, l’export in Iran si è del tutto fermato, soprattutto per alcuni settori, ma la cosa davvero grave è che sono stati bloccati anche i pagamenti delle transazioni avvenute prima di essa, trasferita in un regolamento comunitario a fine ottobre.

Il rischio “reputazionale”

Le banche europee temono di danneggiare i rapporti d’affari con gli Usa e quindi, come conferma la stessa Abi, sulla base di scelte strategiche aziendali, decidono di limitare la propria operatività su un determinato mercato.

Per l’Abi questo atteggiamento non è generalizzato, ma le imprese non riescono a ricevere i pagamenti già inoltrati, a prescindere del loro ambito operativo.

E la Cina, che sembra poco incline a limitare la propria operatività in base all’embargo inflitto dall’Onu a Teheran, sta sostituendo l’Italia per soddisfare le richieste dei beni esportati da questa fino all’adozione del provvedimento restrittivo.

Le banche cinesi, ancora, stanno sostituendo le banche occidentali nelle transazioni e il timore è che, una volta entrate in questo business, queste si portino dietro anche le aziende che operano in esso.

Le speranze delle nostre aziende, ora, sono riposte nella circolare interpretativa che il ministero dello Sviluppo, il ministero degli Esteri e il Comitato per la sicurezza finanziaria hanno diffuso una settimana fa, il cui obiettivo è chiarire i dubbi procedurali sulle autorizzazioni delle transazioni finanziarie.

Ma occorrerà aspettare ancora mesi per sapere se funzionerà, come fa capire proprio l’Abi, che ha contribuito alla sua elaborazione.

Marco Notari