Genova, altro detenuto suicida

Continuano i suicidi all’interno delle carceri italiane, ormai considerate dei veri e propri inferni sia dai carcerati che dalla polizia carceraria stessa. L’ultimo in ordine di tempo riguarda un detenuto nel carcere di Genova Pontedecimo. L’uomo, un 24enne di origini italiane, si è impiccato utilizzando un lenzuolo legato alla grata della finestra del bagno.

I dettagli sono rivelati dal sindacato di polizia Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria). Il giovane aveva già tentato di togliersi la vita la scorsa settimana. Marco F. era nato in Sardegna, ad Alghero, e abitava a Genova. Era stato arrestato nel mese di maggio per due rapine, anche se in seguito gliene erano state attribuite altre ancora. Il ventiquattrenne condivideva la cella con un maresciallo dei carabinieri in prigione per l’uccisione della moglie. Anche quest’ultimo, appena qualche giorno fa, ha provato a suicidarsi.

Il Sappe, tramite Donato Capece e Roberto Martinelli, segretario generale e segretario generale aggiunto, denuncia in un comunicato che si tratta dell’ennesimo “fatto drammatico che testimonia ancora una volta l’urgente necessità di intervenire immediatamente sull’organizzazione e la gestione delle carceri, dove il numero esorbitante dei detenuti ricade pericolosamente sulle condizioni lavorative del corpo di polizia penitenziaria e impedisce di svolgere servizio nel migliore dei modi. Come può un agente, da solo, controllare sino a 80-100 detenuti, moltissimi dei quali, come a Pontedecimo, con gravi problemi psicologici?”

“Pontedecimo ospita circa 180 detenuti”, aggiunge il comunicato, “a fronte di 90 posti letto e negli organici della Penitenziaria mancano 50 agenti. Non dimentichiamo che alcuni recenti orientamenti sul suicidio in carcere del Comitato nazionale per la Bioetica hanno sottolineato come la prevenzione del suicidio passi innanzi tutto attraverso la garanzia del diritto alla salute e del diritto a scontare una pena che non mortifichi la dignità umana. Condizioni, oggi, assai precarie nel contesto penitenziario italiano.”

Gianluca Bartalucci