Sgarbi e la confusa difesa della pubblicità nell’Ara Pacis

D’Annunzio ha vissuto sulla propria pelle il paradosso di chi si colloca nella sua posizione: per forza fuori dal gregge di quella massa di cui inorridiva,  ma, allo stesso tempo, troppo dipendente, per il suo status, dagli umori e gli interessi di quella stessa massa. Che forse, ogni tanto, Vittorio Sgarbi viva la medesima contraddizione?

Oggi su Il Giornale, Sgarbi è intervenuto nella querelle sollevata dall’articolo di Francesco Merlo su Repubblica: «L’Ara Pacis diventa un palco per le auto». Ha definito il suo articolo “inesatto e concettualmente discutibile”, una “provocazione … irritante”. Non entriamo nel merito della qualità dell’articolo di Merlo,  invero alquanto aspro e con qualche inesattezza; quel che ci dà rammarico è che il critico non si è limitato ad accusare Merlo, ma si è lanciato in un gioco al rialzo della provocazione, il cui solo esito è stato negare che nell’esposizione pubblicitaria vi sia stato detrimento per l’arte.

Anzi Vittorio Sgarbi forse fa di peggio. Arriva ad omologare pubblicità e opera d’arte, senza che si capisca se la prima assurge alla seconda o viceversa, a quanto sembra perché il referente immediato è lo stesso, un automobile, e alla base di entrambe vi sta la pratica ingegnosa dell’uomo. Il tutto non certo finalizzato ad una migliore comprensione della vicenda, quanto piuttosto ad “una confusione concettuale”, per citare lo stesso Sgarbi.

Sgarbi cita l’esposizione  sul Canal Grande veneziano di “un’automobile mezza ammaccata”, installazione della fondazione Pinault : “è probabile che rispecchi l’idea di un artista, ma è propriamente l’equivalente un po’ più vissuto delle automobili all’Ara Pacis”; e ne critica il valore: “un’automobile sul Canal Grande è una bestemmia estetica e logica”. Riguardo all’esposizione dell’Ara Pacis, invece, commenta così: “Le due automobili esposte nello spazio dell’Ara Pacis, sono due (forse modesti) prototipi di un grande «artista» italiano: Giorgetto Giugiaro, il designer – ammiratissimo nel mondo – della Dany […]Non è quindi un mero prodotto industriale e commerciale.”
Tra le due esposizioni si tratterebbe, quindi ,” se mai di due diverse concezioni estetiche”.

Un discorso molto confuso quello di Vittorio Sgarbi su Il Giornale, che si conclude nella stesso tenore di tutto l’articolo, ossia con un ennesima grande provocazione: “Ho pensato dunque di ascoltare anch’io Merlo e di non farmi scavalcare, nel rispetto dell’armonia e del decoro urbano, da Alemanno. Come sovraintendente ai Beni artistici di Venezia domani ordinerò di togliere l’automobile da Campo San Samuele per le stesse ragioni per cui si è restituita dignità all’Ara Pacis”.

Quello che ci chiediamo noi è che altro valore, se non provocatorio, può avere un’argomentazione come la sua, che fa di una cattiva arte (a suo dire) e di un fine pubblicitario due cose identiche, solo perché in entrambi i casi viene esposta materia ferrosa messa in forma da un ingenio? Al di là delle posizioni che si possono prendere nel dibattito suscitato dall’esposizione delle due city car nella teca dell’Ara pacis, la questione è  un’altra. In primo luogo è morale, riguarda se riteniamo giusto accostare e scambiare il valore dell’arte ad un valore economico di status, piegare, in questo caso, il primo al  secondo. E in secondo luogo si pone un problema sostanziale, ossia la possibilità di un detrimento del valore artistico. Sul nostro tavolo stanno queste questioni aperte.

Vittorio Sgarbi, che non manca di profondità e precisione, si era espresso molto più chiaramente qualche mese fa, come leggiamo dal locale La Nuova: «[sul tema della maxipubblicità] Capisco che in questo momento, vista la mancanza di fondi, siano necessarie e la contaminazione non mi spaventa  l’importante è che siano temporanee e destinate a passare. Anche il Ragazzo con la rana di Charles Ray in Punta della Dogana non mi disturba, anche se so che molti a Venezia polemizzano per la permanenza di questa scultura esterna. Mi scandalizza molto di più la grande macchina sportiva, installazione “parcheggiata” di fronte a Palazzo Grassi, che in una città come Venezia, priva di auto, è solo una banale e grossolana provocazione artistica».

Probabilmente, l’articolo di oggi su Il Giornale è stata solo una grande provocazione contro il giornalista di Repubblica Francesco Merlo.

Giulia Antonini