La Trilogia di Valis: l’ultima ricerca di Philip K. Dick

Il confine tra realtà è finzione spesso può diventare tremendamente sottile. E’ questa la sensazione che si ha leggendo La Trilogia di Valis (752 pag, € 19.90, Fanucci), che di fatto non sembra essere soltanto un insieme di tre romanzi di fantascienza, bensì l’esemplificazione di un’esperienza profonda, rovesciata su carta ma mai totalmente afferrabile. Philip K. Dick arrivò a scrivere i tre romanzi dopo un periodo non certo roseo della sua vita. L’abuso di droghe, le separazioni ma soprattutto uno stravolgimento interiore sono alla base di questa importante elaborazione che è forse il testamento spirituale dell’autore di Chicago.

Valis e Divina Invasione vennero pubblicati nel 1981, mentre La trasmigrazione di Timothy Archer fu pubblicato un anno dopo, dopo la morte di Dick. L’opera è senza dubbio il punto di arrivo di un percorso teologico che lo scrittore seguì passo passo nella compilazione della propria Esegesi, una sorta di zibaldone religioso ma anche filosofico e morale. Il culmine di questo percorso è databile nel febbraio del 1974, quando Dick affermò di essere entrato in contatto con una divinità che lo aveva pervaso attraverso una luce rosa, riempendolo istantaneamente di miliardi di informazioni. L’evento, assai dibattuto dai critici, è riportato anche in ?Valis, dove il protagonista Horselover Fat – uno sdoppiamento di Philip K. Dick – racconterà nel dettaglio questa sorta di iniziazione, questo risveglio ricco di spunti in cui è ben visibile l’influenza del pensiero cattolico ed ebraico, ma anche quello della filosofia greca antica. Chi legge diventa partecipe dell’allucinata narrazione di Fat, cercando di stare dietro ai pensieri che vengono esposti e di non lasciarsi sfuggire il sottile filo logico senza il quale tutto rischierebbe di frantumarsi in pochi attimi. Si segue perciò il racconto di questa ricerca teologica per certi versi drammatica, addentrandosi all’interno di cunicoli mentali dove non è poi così semplice districarsi. In Divina Invasione i fatti narrati assumono un respiro meno affannato. E’ la storia di un dio che affida il proprio figlio ad una coppia di terrestri per sconfiggere Belial, dispotico regnante della Terra. Qui la vera protagonista sembra essere la metafora. Lo sdoppiamento è sovrano e così ogni pensiero, racconto, dialogo e fatto diventano spunti per riflessioni sfumate, via via sempre più profonde, quasi come tutto germogliasse da se stesso e diventi impossibile arrivare ad una soluzione tangibile, appagante. La trasmigrazione di Timothy Archer riporta la trilogia su un piano forse più terreno, carnale. La figura del vescovo è analizzata dalla narratrice Angel Archer, che delinea un personaggio poco raccomandabile, intento a sfruttare la propria presenza e la propria figura per dominare le menti dei suoi adepti. Questo è il romanzo a due voci, dove le disputazioni metafisiche del reverendo e le sue ricerche si battono con il controcanto di Angel, che di fatto rappresenta la lucidità e la razionalità nella quale in molti hanno letto le ultimissime considerazioni di Dick. Il suo punto di arrivo dopo un viaggio estremo, fatto di sentieri che, seppur delineati magistralmente attraverso le parole e la scrittura in questo senso unica dell’autore de Il cacciatore di androidi, si presentano come un qualcosa di irrimediabilmente etereo, e svaniscono proprio nel momento in cui si pensava di aver raggiunto l’agognata soluzione.

Andrea Camillo