Power Balance, bidone annunciato, fa i conti con l’Antitrust

Come volevasi dimostrare. Il Power Balance non ce l’ha fatta, l’Antitrust non cede di un millimetro al fascino pubblicitario che le due aziende madri hanno saputo scatenare intorno al braccialetto che imperversava la scorsa estate prendendo il posto dei precedenti “cosi” in gomma o caucciù che costavano uno o due euro in giro, e che tutti avevano, dai tennisti famosi ai bimbi per la strada. La “tragedia” industriale fa sorridere crudelmente, ed era d’altronde già stata annunciata proprio in queste pagine, da un articolo che trattava il caso in tempi non sospetti, all’inizio dell’inchiesta, e dall’approfondimento con cui anche noi avevamo valutato i test sul bracciale.

Se la sono cavata con una magra figura, e con una multa da 350.000 euro, le società americane che hanno avuto la brillante quanto riuscitissima iniziativa. Alla fine, ci hanno guadagnato. A pagare (qui nel senso di giovare, ma qualsiasi senso è azzeccato) è proprio il pubblico, volontariamente ed intenzionalmente, con le sue moderne filosofie di vita in cui andiamo a dare una sbirciatina.

La storia del monile colorato in pura gomma, da qualche estate a questa parte, è passata per varie fasi. Prima bigiotteria da ragazzi, poi vezzo dell’intellettuale che voleva darsi un tono da ragazzo di strada, e qui siamo ancora nel periodo in cui la plastica al polso era solitamente gialla e senza marchio particolare. Questo stesso must ha preso parzialmente il posto di un’altra abitudine diffusa: quella di portare, più o meno per gli stessi motivi, il “filo colorato”, quello che alla fine andava bruciato, o che portava fortuna secondo il colore, o che era originale indiano (mah…), e così via. Ognuno per una sua motivazione, ma lo abbiamo avuto un po’ tutti almeno una volta, a partire dagli ultimi anni ’80.

Arrivano insomma i famosissimi “cosi” in plastica, e quasi ognuno ne ha uno. Questo nei primi anni dopo il 2000. Da giallo, il bracciale diventa di vari colori, ed anche di varie e più comode taglie. Il prezzo lievita di poco, ed il tutto resta un vanto fashion “di sinistra”, un po’ da straccioni ma frequente al polso, come dicevamo, di famosi medici, sportivi, giornalisti, attori, elegantoni al passeggio.

Le prime svolte si hanno con l’uso del nuovo gadget in favore di qualche vera o presunta causa da sostenere. Il prezzo sale, e chi lo portava poteva vantarsi silenziosamente di aver speso qualche euro in favore dell’associazione di turno. Poi ci si sono messi gli stilisti, e non tutti i bracciali in gomma sono rimasti dei semplici bracciali in gomma. Il percorso verso il lusso parte spesso da iniziative popolari semplici, come i piatti della cucina povera di una  volta, che ora sono più “immangiabili”, sia per la rarità, sia per il fatto di essere stranamente impagabili.

Ma veniamo finalmente a noi: cosa fanno due ditte americane che colgono la palla al balzo ancora meglio? Si inventano, la scorsa estate, di fare un totale restyling al bracciale che tutti hanno, anche se in modo molto vario, per tutti i gusti, prezzi, finalità. Spodestano tutti i precedenti concorrenti, ed arrivano dritti alla meta: La casa produttrice Power Balance e la ditta distributrice Sport Town uniscono le forze per tirar fuori dal cappello magico la “cavolata” che deve soppiantare le altre ancora in vigore. Quella cui si crederà ancora di più, quella che farà sorridere, parlare, cianciare, discutere e litigare di più. E tutto, rigorosamente intorno al niente.

Il design appare dunque un po’ personalizzato, ma rigorosamente in tema da “oggetto che non vale niente”. Il massimo del gusto, oggi, per tutte le generazioni. E poi si dice che le persone non trovano più molti punti in comune. La teoria su cui azzuffarsi, è presto messa a punto: si appiccica un piccolo ologramma (i genitori dei nostri nonni ne acquistavano di simili per pochissimi spiccioli in qualche bancarella), dicendo che grazie a questo disegnino che riflette la luce in modo particolare, il corpo di colui che lo ha al braccio mantiene meglio l’equilibrio. Non solo, sarà anche più forte. E via con l’orda di vip, sportivi famosi, istruttori delle palestre, bambini, curiosi vari, che lo ordinano o lo acquistano in qualche negozio specializzato. Eh, ma bisogna stare attenti, mettono in guardia alcuni: non si deve comprare quello “dei marocchini”, che copiano sempre tutto (e che tecnicamente è identico, da qualunque parte  lo si esamini con occhio scientifico); bisogna far caso che sia proprio originale. Ed il gioco è fatto.

Gioco che è durato poco, a differenza della credulità della massa, che oggi non ha, evidentemente, interessi soddisfacenti cui dedicarsi, e che anche di fronte all’evidenza necessita di sentirsi parte di un tutto, fosse anche un “tutto” di qualunque genere. Fosse anche il “tutto” della comunità delle persone che  valutano il da farsi in base alla moda della gara all’esser truffati meglio.

Sandra Korshenrich