Belpietro e il finto attentato a Fini: la dietrologia ai tempi del virtuale

Un finto attentato nella provincia di Bat può essere definito un bat-attentato?  Specialmente se i protagonisti di questa storia non hanno nemmeno la cura di coprire i volti con delle maschere ma al contrario, tronfi e tuttavia campioni di piaggeria, imperversano pubblicamente facendo la spola tra le colonne di un giornale e i salotti di qualche talk show?

Non si capisce bene se è una deriva del postmodernismo con il suo aspro rifiuto delle meta-narrazioni o un effetto del clima da fine impero che attraversa l’Italia tutta, fatto sta che si finisce quasi per avere nostalgia anche della vecchia e sincera dietrologia da Prima Repubblica. Quei tempi in cui il sospetto di un complotto ordito ai propri danni dai poteri forti era anche un esercizio di stile, gli anni popolati da storie oblique dentro cui era comunque raccomandabile guardarci a fondo, perché non si sapeva mai. Quei tempi in cui, tuttavia, esistevano dei fatti.

Certo interpretabili o, come si dice oggi, oggetto delle cure di quei particolari massaggiatori chiamati spin doctors. Ma comunque fatti concreti attorno a cui prendere posizione, farsi la guerra in senso lato e – ahinoi – senso stretto. Anni analogici.

Oggi ci muoviamo nell’era del virtuale, dei bit, dei mi piace e delle emoticon. La presunta precisione del digitale viene sopraffatta dalla sua stessa banalità, dalla velocità del suo essere non definitivo ma comunque modificabile. Senza lasciare tracce. O prove. Si sente parlare spesso di civiltà dell’immagine, i più cattivi usano addirittura il termine apparenza. E la politica non ne è immune.

Flavia Perina, direttrice del Secolo d’Italia e deputata di Futuro e Libertà per l’Italia, ha detto: «Una volta nei passaggi politici più delicati scoppiavano le bombe, oppure venivano rapiti gli statisti, oggi si videoregistrano non meglio identificate escort: il salto di qualità democratico è evidente. Niente vittime, niente sangue, niente dispendiose operazioni di depistaggio, rischi penali bassissimi: l’effetto è lo stesso, ma tutto è molto più pulito, economico, light».

Light, appunto. Come la democrazia italiana o quello che di essa ne rimane. Abbiamo un ministro che lavora per la semplificazione, quotidianamente i maggiori tg fanno a gara a chi riesce meglio a purificare la realtà, sporcata dalle contraddizioni e dal chiaro(o)scuro e addirittura, a sentir il direttore di Libero Maurizio Belpietro, oggi, se vuoi farti un po’ di pubblicità o vincere un’elezione – d’altronde cosa cambia? – puoi anche scegliere di rimanere vittima di un attentato.

Niente di pericoloso, intendiamoci. Qualche graffio, un po’ di sangue, anche quello magari finto, qualche strillo e delle buone amicizie. Violenza edulcorata, light. Per mantenersi comunque in forma.

Poco più di un anno fa, a Milano, Massimo Tartaglia attentava alla vita di Silvio Berlusconi scagliandogli contro una riproduzione del duomo della città della bela madunina. Non passò molto che sul web iniziarono a girare alcuni video che mettevano sotto torchio la presunta finzione di quell’evento. C’era chi parlava di sangue finto, chi notava gli strani movimenti del cameraman al momento del famigerato lancio, chi sospettava una mossa pubblicitaria per recuperare il consenso.

«Oh, un déjà vu.» «Che cosa?» «Un déjàvu. E’ un’imperfezione di Matrix, capita quando cambiano qualcosa.» Così diceva Trinity a Neo, nel film The Matrix diretto dai fratelli Wachowoski.

Ma quella era solo finzione.

Simone Olivelli