“Hereafter”: Clint Eastwood, Matt Damon e la vita dopo la morte

Alla tenera età di ottant’anni Clint Eastwood è uno dei cineasti più prolifici e apprezzati di Hollywood. Ma non si dica mai che l’iperattivismo del signor Eastwood è superficiale o banale, perché i suoi lavori – oltre ad essere di ottima fattura tecnica – sono costantemente intrisi di impegno sociale e civile: dall’anti-retorica della guerra di Flags of our fathers e Letters from Iwo Jima, alla riflessione sull’eutanasia di Million dollar baby e la denuncia di un’America ancora lontana dall’integrazione razziale in Gran Torino. Stavolta il cineasta di San Francisco si è spinto ancora oltre; oltre la vita, per la precisione, perché nel suo nuovo Hereafter (in uscita oggi nelle sale italiane) a farla da padrone è ciò che ci attende dopo di essa. Qualunque cosa sia.

George (Matt Damon) è un operaio di San Francisco, che ha una vita apparentemente normale ma in realtà convive con il proprio terribile potere: la capacità di parlare con i defunti. Un dono di cui aveva fatto uso in passato e che lo aveva reso anche conosciuto per un breve periodo, ma da cui cerca di allontanarsi il più possibile. Marie (Cècile de France), è una bella, e famosa giornalista che vive a Parigi, la cui vita viene messa a repentaglio durante il devastante tsunami che ha colpito l’Indonesia: al risveglio Marie non sarà più la stessa e la sua visione della vita cambierà radicalmente. A Londra vive il dodicenne Marcus (George McLaren), costretto ad affrontare i problemi della crescita con addosso il fardello di una madre tossica e di un gemello morto in un incidente stradale.

È lo straordinario dono (o, come lui stesso la definisce nel film, la condanna) di George ad unire queste tre storie apparentemente così distanti, ma unite dalla ricerca di una ragione, di una risposta a ciò che sta oltre la vita e che paradossalmente riesce a restituire senso alla vita stessa. Eastwood regala dubbi in quantità, non predica, evita troppi sentimentalismi (sarebbe stato facile cadere nella trappola, visto il tema) e con l’aiuto della sceneggiatura di Peter Morgan (già autore di Frost/Nixon e The Queen) dirige un thriller psicologico che ha l’indubbio merito di colpire allo stomaco e alla mente. Non si risparmia neanche qualche presa in giro al mondo del paranormale, popolato troppo spesso da figure grottesche e truffaldine, senza però screditare l’idea che ci sia una dimensione “altra”, parallela alla nostra (conferendo anzi a questa idea anche un certo vigore). E per un paio d’ore il signor Eastwood concede a tutti (credenti e non) il lusso di immaginare che una vita dopo la vita, forse, esiste davvero.

Roberto Del Bove