Nichi vs Marchionne: la sua modernità sa di ‘800

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:08

A guardarlo attentamente, sembrava che nel suo continuo sobbalzare dalla poltrona potesse leggersi un senso di disagio. Forse la manifestazione di uno stato di agitazione più mentale che fisico. O forse soltanto politico. Così uno scalpitante Nichi Vendola ha intrattenuto questa sera per circa 15 minuti il pubblico di Rai3, affezionato al programma di Fabio Fazio “Che tempo che fa“, dipingendo un quadro politico e sociale tutt’altro che confortante.

Il pretesto l’ha fornito il libro “C’è un’Italia migliore” (da domani in tutte le librerie), scritto dal governatore pugliese con i giovani delle fabbriche di Nichi per raccontare un Paese da cambiare e da ammodernare; ma come spesso accade, ogni qualvolta il politico pugliese inizi a parlare, il suo intervento si è trasformato in una chirurgica disamina della situazione nazionale, densa di immagini e suggestioni verbali.

“C’è un’Italia migliore – ha ribadito il leader di Sel – un’Italia che come i fiumi carsici scorre sotto, tentando di spazzare via la coltre pesante dell’Italia peggiore”. Una considerazione che il governatore della Puglia ha rimarcato più volte, quasi ad augurarsi che riesca a cambiare davvero qualcosa. “Io credo che bisogna avere il coraggio – ha ammesso Vendola – di dire che siamo in minoranza. Di dire che abituarsi a convivere con certe, sommesse barbarie non è un buon atteggiamento mentale. C’è un’Italia peggiore, che è emersa e si è strutturata nella cultura dominante, e penso che questa Italia peggiore ha creato un danno irreparabile, ha portato questo Paese – ha rincarato – a perdere il senso della decenza”.

“Però – ha ripreso Vendola – ci sono sentimenti profondi, come quelli dell’accoglienza e della condivisione, ci sono dei momenti in cui è importante dire che sotto questa terra che vediamo quotidianamente c’è un’Italia migliore, che si muove sotto la coltre dell’Italia peggiore che ci governa”.

E allora giù con le valutazioni sulla politica nazionale e sulle promesse tradite: “C’è la necessità di investire sulla cultura diffusa – ha notato il presidente dei pugliesi – Questo è un Paese in cui 15 anni fa un signore e una generazione di uomini nuovi della politica hanno promesso la società delle tre ‘i’: inglese, informatica, impresa; dopo un quindicennio, ci troviamo con l’Italia delle tre ‘p’: precarietà, povertà e paura. Siamo governati – ha insistito Vendola – dal paradigma della paura”.

“Per Berlusconi – ha continuato il leader di Sel – la libertà è l’infinita propensione a diventare acquirenti di merci, è una libertà commerciale e senza contesto storico. Per noi la libertà è stata libertà dalla paura, dalla miseria, dall’ignoranza, dalla superstizione. Abbiamo bisogno di riprenderci la parola libertà e di restituirle il corpo, la carne e il sangue che il berlusconismo le ha tolto”.

Quindi la “bordata” assestata all’ad della Fiat: “Marchionne – ha osservato Vendola – viene rappresentato da tutto l’establishment nazionale come l’icona della modernità. Ma è moderno per un amministratore delegato guadagnare 450 volte di più di un operaio? Questa modernità – ha incalzato il governatore – in che consiste se gli operai perdono la pausa di mensa, se perdono il diritto ad ammalarsi, se perdono il diritto a scioperare e se la classe operaria viene considerata una specie di vizio, di malessere da governare?”.

“La modernità – ha insistito il presidente dei pugliesi – non significava più tempo, più benessere per tutti? Anche per l’operaio di Pomigliano o di Mirafiori? Oppure questa modernità ha una puzza ottocentesca? A me non piace questa modernità che fa bene a Marchionne e fa male agli operai. Marchionne non è un pontefice – ha affondato Vendola – è un manager e credo che la sua idea in un’altra epoca storica avrebbe prodotto un dibattito pubblico meno genuflesso. Se ci fosse stato Fanfani di fronte a Marchionne – ha concluso Vendola – non gli avrebbe costruito una mitografia così impegnativa”.

Maria Saporito