Tunisia: decine di morti dopo proteste per il costo della vita

Lontano nello spazio e nel tempo dall’assalto ai forni di manzoniana memoria, le proteste per l’aumento del costo della vita – e proprio per questo ribattezzate come la rivolta del pane – che stanno animando alcuni paesi nordafricani, come l’Algeria e la Tunisia, stanno pagando il loro tributo di sangue.

Le notizie provenienti dalle zone interessate sono ancora poco chiare, specie in fatto di numeri, ancor più se questi numeri servono per quantificare la morte.

Tuttavia, stando ai dati forniti soprattutto dai partiti all’opposizione, in Tunisia, sarebbero morte ben ventotto persone nel corso degli scontri con la polizia, in particolare nelle località di Thala e Kasserine, città che si trovano nella regione centro-occidentale del paese arabo. Secondo altre fonti, però, avrebbero già superato le cinquanta unità.

Le proteste, programmate da giorni per dichiarare l’insoddisfazione davanti al continuo aumento dei prezzi, hanno sbattuto contro la dura repressione attuata dalle forze dell’ordine.

Stando al racconto di alcuni testimoni come quello di Ahmed Nejib Chebbi, capo storico del Partito democratico progressista in Tunisia, in alcuni casi, «gli agenti di sicurezza avrebbero aperto il fuoco anche su cortei funebri».

Lo stesso leader dell’opposizione tunisina ha scelto di rivolgersi direttamente al presidente della Repubblica, Zine Abidine Ben Ali: «Faccio un appello urgente al Presidente  per chiedergli far cessare il fuoco immediatamente per salvare la vita a cittadini innocenti e rispettare il loro diritto a manifestare».

A metà dell’ottocento, Alessandro Manzoni scriveva nel suo I Promessi sposi: «le strade e le piazze brulicavano d’uomini, che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l’intesa, quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendìo».

In Tunisia, avremo lo stesso epilogo?

S. O.