“Un giorno della vita”: la Cucinotta in una favola indipendente sul cinema

Il Sud, gli anni ’60, l’Italia del boom e un bambino con la passione per il cinema. Gli ingredienti per una commovente parabola di amore per la settima arte ci sono tutti, e il regista Giuseppe Papasso (sceneggiatore insieme a Mimmo Rafele) non esita a impastarli in questo Un giorno della vita, il suo esordio cinematografico prodotto da Iris Film. Una produzione low-budget che, distribuita inizialmente in 30 sale del Belpaese si troverà dal 14 gennaio a sfidare dei giganti divora-incassi come Checco Zalone e Clint Eastwood. “Davide contro Golia”, come hanno sottolineato i produttori.

Il film, che vede la partecipazione straordinaria di Mariagrazia Cucinotta, Alessandro Haber ed Ernesto Mahieux, è ambientato nella provincia lucana del 1964 e racconta la storia del piccolo Salvatore, un dodicenne che ha una divorante passione per il cinema. Un amore, il suo, che lo spinge a percorrere chilometri in bicicletta pur di assistere alle proiezioni di una delle poche sale della zona e che lo spinge a compiere un gesto eclatante, azzardato, destinato a cambiare tutte le carte in tavola. Anche a causa di un padre, fervente comunista, che da uomo pragmatico non comprende la passione del figlio e le si oppone con forza.

Fotogramma dopo fotogramma dietro al film spunta l’ombra (piuttosto ingombrante) di Giuseppe Tornatore: la Sicilia di Giancaldo e Bagherìa è qui la Basilicata di Melfi; il piccolo Totò di Nuovo Cinema Paradiso diventa Salvatore, che come lui lotta per la sua passione; il papà comunista di Baarìa è qui il severo e misogino Pietro. Ma dietro c’è anche l’intero piccolo mondo antico di Peppone e Don Camillo e la narrazione è innescata da un episodio ispirato ai 400 colpi di François Truffaut. Un debito pesante, dunque, ma onesto e senza malizia, usato più come pretesto per un nostalgico affresco corale.

Il carico di 90 minuti di film è in gran parte sulle spalle del giovanissimo Matteo Basso, che non sempre ha vita facile, anche a causa di qualche imperfezione di sceneggiatura; ma l’alone di favola – quello che in conferenza stampa è stato più volte auspicato dal regista e dalla stessa Cucinotta – è intatto, grazie anche a quella leggerezza che attori come Haber sanno dare in poche battute e la campagna lucana in poche inquadrature. E che fa di questo film un coraggioso tentativo, che con pochi mezzi lotta contro la fiumana del regresso che il cinema italiano sta vivendo. Menzione speciale per le musiche di Paolo Vivaldi: nel Dna dei suoi pentagrammi c’è l’eco del classicismo pop di Ennio Morricone.

Roberto Del Bove