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Mirafiori: grazie ai ‘no’ che insegnano la libertà

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Una città nella città: così il faraonico stabilimento Fiat di Mirafiori è da sempre stato definito dalle persone che – per un motivo o per un altro – si sono trovate ad ammirarne la maestosità. Una struttura imponente, che con la città di Torino ha cementato un legame indissolubile, favorendo un’osmosi quasi inevitabile. Accade così che ciò che si è verificato ieri (e nei giorni scorsi) nella fabbrica abbia fatalmente condizionato l’umore di un’intera comunità e – se possibile – di un’intera Nazione.

Ma perché? Senza scomodare precotte e svilite spiegazioni psicologiche, è facile comprendere come la “lotta” che la popolazione di Mirafiori ha combattuto in questi giorni possa essere considerata una lotta nazionale, collettiva, corale. Che il lavoro sia diventato un’emergenza sociale è, infatti, un dato innegabile, se è vero (come è vero) che stuoli di trentenni capaci si ritrovano a svendere entusiasmo e intelligenza, sequestrati da attività che nulla loro danno, nulla concedono. O se è vero (come è vero) che sempre più lavoratori si trovano a negoziare al ribasso un salario che fino a ieri garantiva una certa stabilità. E la libertà – magari – di programmare l’acquisto di una nuova lavatrice.

Senza considerare l’esercito dei precari, ai quali viene negata ogni prospettiva; giovani e meno giovani in balia dei capricci di un mercato machiavellicamente costruito a loro danno, rimasti prigionieri di una tagliola irrimediabile. Quando le telecamere delle Tv nazionali hanno fermato i volti dei tanti lavoratori che orgogliosamente annunciavano il ‘no’ al quesito referendario, un po’ tutti noi abbiamo in fondo gioito. Anche chi – nel caldo delle pantofole indossate davanti un comodo divano – ha imprecato contro l’ostruzionismo di una Fiom considerata reazionaria e suicida.

Perché? Perché in quell’orgoglio ostentato senza interesse dagli operai della Fiat che hanno scelto di non cedere alla negoziazione proposta da Marchionne, abbiamo voluto scorgere anche un pizzico del nostro orgoglio personale. Come dire: posso anche non essere d’accordo con le posizioni oltranziste di questi anacronistici sognatori, ma è bello sapere che c’è ancora qualcuno disposto a sacrificarsi. A togliere dal suo portafoglio l’unica moneta rimasta per metterla nel salvadanaio comune. E’ qualcosa che conforta e che fa sperare che se domani toccherà a me negoziare, ci sarà qualcuno pronto a darmi manforte e a dimostrarmi che esiste una lotta più grande (di quella personale) che merita di essere combattuta. Senza cedimenti.

Sia ben chiaro, non vogliamo rimproverare nulla ai 2.735 lavoratori Fiat che hanno ieri deciso di promuovere l’accordo targato Marchionne; come potremmo? Sono padri e madri, fidanzati e fidanzate, fratelli e sorelle, nonni e nonne in fondo “responsabili”, che al pericolo (reale) della perdita di lavoro hanno preferito una nuova contrattazione. Più meschina e asfittica. Sono lavoratori sfiniti, che hanno accettato di prendere in mano la pistola consegnata loro da Marchionne per sparare alla testa di un’intera comunità. Ma non è stato un atto di vigliaccheria, semmai una manifestazione di disperazione che – adesso – i più solerti e lontani da loro si affretteranno a definire una “scelta di coraggio”.

Contro di loro non dobbiamo né possiamo formulare alcun giudizio (chi di noi, in fondo, sarebbe stato in grado di non cedere al “ricatto”?), ma a coloro che sono invece riusciti a votare ‘no’ dobbiamo sicuramente dire grazie. Grazie per aver intinto la penna con cui hanno barrato la casella giusta nell’inchiostro della libertà, senza lasciarsi vincere dalla paura e dall’incertezza del domani. Grazie per averci insegnato la generosità e il rispetto di sé. Che sono valori comunque non sindacabili.

Maria Saporito