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Fiat, la sfida di Marchionne: “Salari tedeschi e azioni agli operai”

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Se al referendum di Mirafiori avesse vinto il no la Fiat sarebbe andata via dallo stabilimento torinese. Non per una ridicola rivincita ma perché non avremmo avuto altra scelta. A confermarlo è lo stesso ad del Lingotto, Sergio Marchionne, protagonista di una lunga intervista condotta da Ezio Mauro, direttore de La Repubblica. Il tutto è stato pubblicato sull’edizione online del quotidiano romano.

In base a quanto si legge nell’articolo, Marchionne ribadisce con forza la vittoria della strategia Fiat nella recente consultazione, passando oltre il fatto che la metà dello stabilimento ha votato contro l’accordo. “Il sì ha avuto la maggioranza. Il discorso è chiuso, anche se dentro quella maggioranza molti cercano il pelo nell’uovo. Conta il risultato, che è molto importante”.

L’amministratore delegato della Fiat vede il forte equilibrio alle urne come la conseguenza del capolavoro mediatico costruito dalla Fiom. Tutto ciò è stato portato avanti “mistificando la realtà”. “Noi – ammette Marchionne – dal punto di vista culturale siamo stati una ciofeca e la colpa è soltanto mia. Ho sottovalutato l’impatto mediatico di questa partita,- prosegue – ho sottovalutato un sindacato che aveva obiettivi politici e non di rappresentanza di un interesse specifico, come invece accade negli Usa”.

A coloro i quali hanno votato no perché contrari a scambiare il lavoro coi diritti, Marchionne assicura di non voler togliere “nulla di ciò che fa parte dei diritti dei lavoratori. La Fiom – attacca ancora – è scesa in guerra non per i diritti, ma per il suo ruolo di minoranza bloccante, perché qui salta l’accordo interconfederale secondo cui chi non ha firmato beneficia delle protezioni del contratto senza mai impegnarsi a rispettarlo. In qualsiasi sistema legale non puoi beneficiare di un contratto se non sei contraente”.

Lo stesso amministratore delegato nega in senso assoluto di aver cercato una rottura, spiegando di voler rompere solo “questo sistema ingessato, dove le imprese italiane sono fuori dalla competitività. Ho messo sul piatto – aggiunge – 20 miliardi per garantire la Fiat e chi ci lavora. Cambiando le regole per garantire l’investimento attraverso il lavoro. E’ l’unica e l’ultima strada”.

Sui dubbi che alcuni sollevano in riferimento all’impegno degli Agnelli: “Hanno varato l’aumento di capitale nel 2003 quando l’azienda era morta, l’hanno salvata con soldi propri, non dello Stato. E oggi stanno cercando di darle un futuro senza mettere i piedi nella gestione politica del Paese”.

Sergio Marchionne dice poi di “incazzarsi” quando viene definito “manager canadese” e addirittura “anti-italiano”. “Io ho il passaporto italiano. Rispetto lo Stato, il Paese e soprattutto i lavoratori”.

Sul 50% che ha detto no. “Devo recuperarli e portarli dentro il progetto. E’ impossibile che negli Usa dicano che gli ho salvato la pelle e qui la pelle vogliano farmela”.

La sfida-Italia: “Ci sono strade più corte e più facili fuori dal nostro Paese. Ma io sono convinto che se riusciamo a condividere l’obiettivo, possiamo cambiare l’azienda e renderla davvero competitiva.

Sulla rappresentanza, le pause, lo sciopero e la malattia: “Oggi la rappresentanza un lavoratore su due a Mirafiori sceglie di non averla non iscrivendosi a nessun sindacato. Cambiano le pause, ma abbiamo fatto un gran lavoro per rendere meno pesante il lavoro in linea. Il no allo sciopero riguarda solo gli straordinari. Sulla malattia interveniamo solo sui picchi di assenteismo”.

Ancora, acqua sul fuoco in relazione all’allarmante assenza di nuovi modelli e ad una quota di mercato ridotta in Europa del 17%. “Staccata la spina degli incentivi, il mercato va giù. Per la seconda metà del 2011 avremo la nuova Y e la nuova Panda. Sta arrivando tutta la gamma Lancia, rifatta con gli americani, la Giulietta è appena uscita, la Jeep verrà prodotta qui in 280 mila esemplari all’anno, per tutto il mondo”. Successivamente nega di voler vendere l’Alfa Romeo, “Fossi matto. E’ roba nostra”, e i veicoli industriali, “Manco di notte”.

Sui salari e la partecipazione dei lavoratori agli utili: “Migliorando il costo di utilizzo di ogni impianto alzerò i salari. Possiamo arrivare al livello della Germania e della Francia. Voglio arrivare anche alla partecipazione dei lavoratori agli utili, ma prima gli utili dobbiamo farli”.

Infine, Melfi e Cassino come Pomigliano e Mirafiori: “Non c’è alternativa”.

Mauro Sedda

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