In anteprima la recensione di “Biutiful”, il nuovo film di Iñarritu

Cinque anni dopo il crocevia linguistico e culturale di Babel, Alejandro González Iñarritu torna nelle sale italiane con Biutiful, il suo nuovo lavoro in uscita il prossimo 4 febbraio per la Universal. Già presentato in anteprima all’ultimo Festival di Cannes, il film ha riscosso buoni consensi, in particolare per l’interpretazione di Javiér Bardém che ha ricevuto (ex-aequo con il nostro Elio Germano) la palma di miglior attore.

Uxbal è un uomo della periferia di Barcellona, che vive di espedienti e in una condizione esistenziale precaria. Unica sua fonte di stabilità è l’affetto dei due figli, i piccoli Ana e Mateo, mentre la moglie Marambra – da cui si è separato ma a cui è sempre legato in un fortissimo rapporto di amore/odio – è persa in un vortice di edonismo e bipolarismo. In poco tempo Uxbal si trova a lottare contro la morte, contro la realtà corrotta in cui lavora e contro un destino che sembra sempre e inevitabilmente avverso.

Abbandonata la tecnica del racconto corale e ad intreccio – di cui aveva fatto ampio uso in Babel e Amores Perros – Iñarritu ritorna alla classica narrazione lineare, scrivendo e dirigendo una pellicola il cui protagonista è un solo, tragico, sfortunato eroe. Il peso del film è dunque per metà sulle spalle di Javier Bardém, che dà vita ad un Uxbal tremendamente solo, malinconico e sofferente; un Sisifo contemporaneo destinato all’inevitabile sconfitta, costretto nell’oscurità della colpa e della miseria nonostante i suoi vani (e modesti) tentativi di redenzione.

La Barcellona che il cineasta messicano predilige è anti-lirica, agli antipodi della città da cartolina che Woody Allen aveva propinato in Vicky Cristina Barcelona. La capitale catalana, senza mai sole e luce di speranza, diventa un labirinto di asfalto e cemento; a Plaza Catalunya e La Rambla (ritratte in una sola drammatica scena) Iñarritu e la scenografa Brigitte Broch preferiscono la periferia di Santa Coloma, un incrocio di miseria multietnica all’interno del quale si materializza il grigio torpore delle persone che la abitano.

Lontano dai set americani il regista abbandona l’aura vagamente melensa già vista in Babel, e al suo ritorno in Europa ci regala un film dallo sguardo crudo e incisivo. La sua storia forse eccede nell’accumulare disgrazie su disgrazie, ma resta un disturbante ritratto a tinte fosche sulla fatica di essere figli di padri e padri di (futuri) padri.

Roberto Del Bove