In anteprima le prime pagine di “Radiance”, il nuovo romanzo di Alyson Noel

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Esce nelle librerie, edito da Fanucci, Radiance di Alyson Noel, il primo romanzo della serie tratta dalla fortunata saga de Gli Immortali che in tutto il mondo ha conquistato milioni di lettori. Uno spin off delicato ed ironico, pensato per un pubblico ancora più giovane rispetto al ciclo precedente, che con tenerezza e sarcasmo compone un ritratto singolare e accattivante del mondo degli adolescenti.

Protagonista delle vicende, la giovane sorella di Ever Bloom, Riley che dopo aver lasciato il mondo dei vivi, attraversa, in compagnia del suo fido cane Buttercup, il ponte che conduce  all’aldilà, un luogo meraviglioso “dove il tempo è sempre Ora”. Un giorno però accade qualcosa di nuovo. Il Consiglio convoca la ragazza per assegnarle una missione difficile e un nuovo maestro: tornare sulla Terra insieme a Bodhi, un tipo carino ma un po’ strano, per convincere un Ragazzo Radioso ad abbandonare il castello in cui si è insediato e riattraversare il ponte che unisce i due mondi.

Di seguito in anteprima un estratto dei primissimi capitoli di Radiance.

La maggior parte delle persone crede che la morte sia la
fine.
La fine della vita… dei bei tempi… la fine di, be’, più o meno
di tutto.
Ma quelle persone si sbagliano.
Si sbagliano di grosso.
E io lo so bene. Sono morta all’incirca un anno fa.
La cosa più strana del morire è che in realtà non cambia
niente.
Voglio dire, vi aspettereste un grande cambiamento, giusto?
Perché morire… be’, diciamocelo, è una cosa abbastanza
drammatica. Sull’argomento hanno scritto canzoni, libri,
e anche sceneggiature. Accidenti, è persino uno dei temi
principali nei cartoni animati del sabato mattina. Ma la questione
invece non ha niente a che fare con quello che si vede
in tv.
Nemmeno un po’.
Prendete me, per esempio. Io sono viva, ehm, perciò considerate
che è sicuro… come la morte, che la morte non è poi
così diversa. O almeno, non all’inizio. E almeno, non in senso
negativo come probabilmente voi credete.
Perché a dire il vero, nel momento in cui sono morta mi sono
sentita più viva che mai. Potevo saltare più in alto… correre
più veloce… potevo persino attraversare i muri se volevo.
Ed è stato soprattutto questo l’elemento rivelatore.
Il fatto di attraversare i muri.
Visto che non è che potessi fare una cosa del genere prima,
è così che ho capito che qualcosa era successo.
Qualcosa d’importante.
Ma fino ad allora, era sembrata una fantastica gitarella in
macchina. Cioè, mio padre decise tutt’a un tratto, inaspettatamente,
di cambiare direzione.
Un minuto prima filava sulla strada sinuosa, mentre io
cantavo seguendo l’iPod, con la testa del mio cane Buttercup
appoggiata sulle ginocchia, facendo del mio meglio per
ignorare quella prepotente di Ever, mia sorella maggiore,
che in pratica vive per tormentarmi. E la cosa successiva che
ricordo è che eravamo completamente da un’altra parte.
Non più sulla superstrada, non più nell’Oregon, non so
come eravamo atterrati nel bel mezzo di questo magnifico
campo che splendeva, pieno di alberi pulsanti di luce e di fiori
vibranti. E quando i miei genitori andarono in una direzione
e mia sorella in un’altra, io me ne restai lì, con la testa che
mi girava da matti, indecisa su chi seguire.
Una parte di me mi incitava: ‘Attraversa il ponte con mamma
e papà e Buttercup… loro sanno cos’è meglio!’»
Mentre l’altra parte insisteva: ‘Non fare la santarellina… se
Ever vede qualcosa di strabiliante e tu te lo perdi, te ne pentirai
per sempre!’
E quando alla fine decisi di seguire mia sorella, ci avevo
messo così tanto tempo che se n’era già andata.
Semplicemente… scomparsa.
Nella nebbia fluttuante.
Era tornata lì, sulla Terra.
Ed è così che sono rimasta intrappolata. Intrappolata fra
due mondi.
Finché non sono riuscita ad arrivare Qui.
È così che lo chiamano: ‘Qui.’
E se sei tanto scemo da chiedere che ora è, ti risponderanno:
‘Ora.’
Probabilmente perché Qui il tempo non esiste, il che significa
che tutto accade, be’, nell’istante in cui accade, che è sempre…
ora.
Quindi, credo che si potrebbe dire che vivo Qui e Ora.
Stranamente, non è così diverso da dove vivevo prima, lì
a Eugene, nell’Oregon.
Eccetto che per il tempo, che non esiste. E naturalmente,
per quel piccolo particolare di poter attraversare i muri e via
dicendo.
Ma a parte questo, e il fatto che posso fare apparire qualsiasi
cosa io voglia – tipo case e automobili e vestiti, persino
animali e spiagge – semplicemente immaginandola, è tutto
più o meno uguale.
I miei genitori sono Qui. I miei nonni pure. Persino il mio
dolce labrador color miele, Buttercup, ce l’ha fatta. E anche
se potremmo vivere ovunque vogliamo, in qualsiasi tipo di
casa si possa desiderare, la cosa divertente è che il nuovo
quartiere è una copia quasi perfetta del mio vecchio quartiere
nell’Oregon.
È tutto identico, addirittura i vestiti appesi nell’armadio,
le calze stipate nei cassetti, e i poster attaccati alle pareti della
mia stanza. L’unica cosa diversa, l’unica cosa che in qualche
modo mi scoccia, è il fatto che tutte le altre case nei paraggi
sono vuote. Principalmente per il fatto che tutti i miei
vecchi vicini e amici sono vivi e in salute, e ancora lì sulla Terra
(be’, per ora almeno!). Ma ripeto, eccetto questo, è esattamente
come lo ricordo.
Esattamente come lo desideravo.
Vorrei solo avere degli amici con cui godermelo.
Quando mi sono svegliata stamattina… Oh, questa è un’altra
cosa… Probabilmente pensavate che non avessi bisogno di
dormire, giusto? Be’, all’inizio è quello che ho pensato anch’io.
Ma per come me l’hanno spiegata i miei genitori, siamo, in un
certo senso, più vivi che mai, siamo fatti di energia nella sua
forma più pura. E dopo una lunga giornata di creazioni e apparizioni
e, be’, qualsiasi altra attività le persone Qui scelgano
di svolgere, la nostra energia ha bisogno di una piccola sosta,
un sonnellino per riposare, per recuperare e rigenerarsi… il
che, di nuovo, non è diverso dalla vita sulla Terra.
Insomma, quando mi sono svegliata stamattina con Buttercup
che scodinzolava e mi leccava la faccia, nonostante sia una
maniera abbastanza piacevole di svegliarsi, l’ho spinto via, tirandomi
la coperta sulla testa, e rigirandomi così da dargli le
spalle. I miei occhi si sono stretti al massimo e ho tentato di immergermi
di nuovo nel mio sogno mentre Buttercup continuava
a mugolare e guaire e toccarmi con la zampa.
E proprio quando stavo per cacciarlo via di nuovo, ecco
che mi sono ricordata: Buttercup era eccitato per me.
Tutti erano eccitati per me.
Da quando ero arrivata Qui, ero stata quasi sempre impegnata
ad abituarmi alla mia nuova vita, integrandomi di nuovo
nella mia famiglia, e fondamentalmente cercando di imparare
come funzionano le cose in questo posto. E ora che mi
ero ambientata, era arrivato il momento del mio primo giorno
di scuola (sì, abbiamo la scuola Qui… non è tutto rose e fiori,
sapete), e visto che tutti si mostravano così eccitati al riguardo,
mi è sembrato doveroso mostrarmi eccitata anch’io.
Abbastanza eccitata da alzarmi dal letto, prepararmi, e
avere il tempo di far apparire qualcosa di carino da mettermi,
così potevo, almeno secondo i miei genitori, andare in un
posto dove avrei: ‘Incontrato nuovi amici, imparato nuove
cose, e in men che non si dica mi sarei ritrovata a riprendere
dal punto esatto in cui avevo interrotto a casa!’
E per quanto non ne fossi convinta, per quanto fossi pronta
a scommettere qualsiasi cosa che non si sarebbe rivelato
nemmeno lontanamente vero, mi sono limitata a sorridere e
assentire. Volevo che pensassero che ero impaziente quanto,
evidentemente, lo erano loro.
Non volevo che sapessero quanto mi mancava la mia vecchia
vita laggiù a casa – mi mancava così tanto che ormai era
una specie di dolore costante dentro di me –, e nemmeno che
ero praticamente strasicura che questa scuola, non importa
quanto fosse favolosa secondo loro, non avrebbe mai potuto
competere con quella che mi ero lasciata alle spalle.
Così, dopo essermi gustata una frugale colazione con
mamma e papà (e no, in realtà non abbiamo più bisogno di
mangiare, ma rinuncereste al piacere dei cereali con dentro le
toffolette se non foste costretti?), mi sono messa in cammino.
All’inizio indossavo la classica uniforme da college: camicia
bianca, gonna a quadri, giacca blu, calze bianche e scarpe ca-
rine, visto che ho sempre desiderato frequentare una scuola
che richiedesse l’uniforme, ma poi per strada ci ho ripensato
e l’ho sostituita con un paio di jeans aderenti, ballerine e un
soffice lanuginoso cardigan blu indossato sopra un top con il
logo del mio gruppo preferito.
Sul serio, far apparire le cose è davvero facile… o almeno lo
è Qui. Basta pensare a quello che vuoi, qualsiasi cosa, stampartelo
bene in mente… e voilà… come per magia, ce l’hai!
Comunque, ho continuato a procedere così, cambiando e
ricambiando, avanti e indietro, i due look. Facevo due passi
come una ragazza da college, e altri due vestita come una dodicenne
superstilosa. Calcolavo che sarei rimasta coi vestiti
che avevo addosso nel momento in cui avrei raggiunto il
campus, sapendo che potevo sempre cambiarmi in un istante
se quella si fosse rivelata la scelta sbagliata.
Poi, a un certo punto della strada, l’ho visto.
L’Osservatorio.
Il posto su cui i miei genitori mi avevano messo in guardia.
Ripetevano che non avrebbe portato a niente di buono. Che
mi sarei fissata di nuovo, mentre invece avevo bisogno di raccogliere
le energie per andare avanti, ambientarmi, e accettare
il fatto che, mi piaccia o no, adesso sono ufficialmente un’abitante
di Qui e Ora. Sostenevano che era giunta l’ora di voltare
le spalle alla vecchia vita e impegnarmi ad accettare la vita dopo
la morte.
«Ti sei trattenuta sulla Terra abbastanza» aveva detto mio
padre, rivolgendomi il solito sguardo comprensivo e allo
stesso tempo preoccupato.
Mentre mia mamma assisteva, occhi socchiusi e braccia
conserte, senza lasciarsi incantare nemmeno un secondo
dalla scusa della ‘pura e semplice curiosità’. «Tua sorella ha
la sua lezione da imparare, il suo destino da compiere, e non
spetta a te interferire» aveva detto, rifiutandosi di essere accondiscendente
o anche solo guardare le cose dal mio punto
di vista.
Ma anche se le loro intenzioni erano buone, vedete, loro
non conoscevano affatto mia sorella bene quanto me. Non sapevano
che lei aveva bisogno di me in un modo che loro non
avrebbero mai potuto capire. Oltretutto, se è vero che il tempo
non esiste più, allora non c’è pericolo di fare tardi a scuola,
giusto? Perciò andiamo, che cosa potrebbe succedere nella
peggiore delle ipotesi?
Più che convinta, ho fatto una piccola deviazione e mi sono
infilata dentro, agguantando un biglietto dal distributore
sul muro prima di accodarmi a una lunghissima fila. Circondata
da un bel mucchio di teste grigie, in brodo di giuggiole
al pensiero dei nipoti che non vedevano l’ora di guardare. Infine
sullo schermo in alto ha lampeggiato il mio numero e io
ho marciato dritta dentro il cubicolo appena liberato, ho chiuso
la tenda alle mie spalle, mi sono accomodata sul duro sgabello
di metallo e ho digitato la destinazione desiderata, esaminando
attentamente lo schermo finché non l’ho trovata.
Ever.
Mia sorella.
Capelli biondi, occhi azzurri, mia sorella mi assomiglia un
sacco, tranne che per il naso. È stata così fortunata da prendere
il naso perfettamente dritto di nostra madre… mentre io
ho preso quello, ehm, più tozzo di mio padre.
«Un naso che ha carattere» amava dire mio padre. «Non
ce n’è un altro così, da nessuna parte… tranne che sulla tua
faccia!» diceva, acchiappandolo con uno di quei pizzicotti
che riescono sempre a farmi ridere.
Ma anche se avevo l’impressione di fissare lo schermo da
un bel po’ di tempo, non è che stessi vedendo poi così tanto.
O perlomeno, niente d’importante in ogni caso. Niente che
potesse definirsi da infarto (e no, il mio cuore in realtà non batte
più, è tanto per dire). In sostanza quello che vedevo era una
ragazza che si muoveva, cercando in ogni modo di far credere
a chiunque attorno a lei di essere una persona perfettamente
normale, che viveva una vita perfettamente normale, quando
la verità è, lo so per certo, che era tutto tranne che questo.
Eppure, non potevo smettere di guardare. Non potevo impedire
a quella vecchia sensazione di riavvolgermi.
Una sensazione per cui il cuore mi si gonfiava così tanto che,
ne ero certa, sarebbe scoppiato scavandomi un grande buco
proprio in pieno petto.
Una sensazione per cui la gola mi andava in fiamme e
m’impediva di parlare, gli occhi incominciavano a lacrimare,
e io mi riempivo di nostalgia, uno struggimento così soffocante
che avrei dato qualunque cosa per tornare indietro.
Indietro sulla Terra.
Nel posto a cui appartenevo veramente.
Perché a dire il vero, per quanto mi stessi sforzando di fare
la coraggiosa e di far credere a tutti che mi stavo ambientando
bene e che stavo imparando sul serio ad amare la mia
nuova vita Qui… il fatto è che non era vero.
Non mi stavo ambientando.
Non stavo imparando ad amare un bel niente.
No. Per niente.
In effetti, avendone la possibilità, avrei fatto qualunque cosa
per trovare di nuovo quel ponte e attraversarlo di corsa
senza voltarmi indietro nemmeno una volta.
Avrei fatto qualunque cosa per tornare a casa, alla mia vera
casa, e vivere di nuovo accanto a mia sorella.
E non c’è voluto troppo tempo davanti allo schermo per capire
che Ever si sentiva come me. Perché non solo le manca-
vo, ma era anche piuttosto evidente che aveva bisogno di me
quanto io ne avevo di lei.
Ed è bastato questo per convincermi di aver fatto la cosa
giusta.
È bastato per non sentire l’ultimo pizzico di rimorso per
aver deluso i miei genitori ed essermi infilata di nascosto nell’Osservatorio.
Perché a dire il vero mi sentivo giustificata.
A volte devi semplicemente agire per conto tuo.
A volte devi fare quello che dentro di te sai che è giusto.

Valentina De Simone