Caso Ruby, il premier ha deciso: non andrà dai pm

Procura di Milano? No, grazie. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, istruito dai suoi due legali, Niccolò Ghedini e Piero Longo, ha deciso di non presentarsi, in una data compresa tra il 21 e il 23 gennaio, alla Procura di Milano per rispondere alle domande dei pm che hanno aperto l’inchiesta sul Caso Ruby.

Una decisione ampiamente attesa e in qualche modo anticipata dai videomessaggi realizzati nei giorni scorsi dal premier, che ha più volte sottolineato l’incompetenza dei pubblici ministeri milanesi e invocato la necessità di trasferire le carte (e dunque il caso) al Tribunale dei ministri. La nota vergata da Ghedini e Longo arriverà in giornata a Milano. In essa i due difensori, senza lasciar trasparire alcuna indicazione sulla linea difensiva che verrà messa a punto in un secondo momento, ribadiscono l’indisponibilità del loro assistito a comparire di fronte ai pm di Milano, considerati appunto “incompetenti”.

Si tratterebbe – secondo i legali del premier – di un’incompetenza tanto territoriale quanto funzionale: territoriale perché le intercettazioni eseguite in larga parte ad Arcore vanno riferite al territorio di Monza (e non a quello di Milano) e funzionale perché, nel caso in cui venisse confermata l’accusa di “concussione” ai danni del premier, non si potrebbe non ammettere che l’eventuale “abuso di potere” sia stato consumato nella funzione di presidente del Consiglio. La questione è pruriginosa: secondo i difensori di Berlusconi, che in realtà sostengono l’inesistenza del reato, qualora comunque si volesse procedere in questa direzione non si potrebbe non tener conto del fatto che il presidente del Consiglio avrebbe telefonato alla Questura di Milano rivendicando la sua “funzione” istituzionale. Per questo motivo – è la conclusione di Ghedini e Longo – è necessario trasferire il caso al Tribunale dei ministri.

L’interpretazione dei pm di Milano è stata, invece, più sottile. La notte del 27 maggio scorso – sostengono – Silvio Berlusconi telefonò alla Questura milanese in “qualità” di presidente del Consiglio, ma non ottenne il rilascio della minorenne e l’affidamento a Nicole Minetti nella sua funzione di premier. In pratica – è la tesi avvallata dai pm di Milano – Silvio Berlusconi avrebbe consumato il reato di concussione abusando della sua carica, ma non nell’esercizio delle sue funzioni istituzionali. Un braccio di ferro – quello tra la Procura lombarda e i difensori del premier – che promette scintille.

Maria Saporito