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Gasparri: Andreotti fu vittima di un uso politico della giustizia

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Quando ci si imbatte in una trasmissione di approfondimento politico in cui è invitato – nonostante sembri un ossimoro, vi assicuriamo che accade molto spesso – il senatore del Pdl, Maurizio Gasparri, prima di lasciarsi andare a qualsiasi tipo di giudizio, bisognerebbe chiedersi se a fare capolino dallo schermo sia davvero l’ex ministro delle Comunicazioni o Neri Marcorè, intento a interpretarne la parodia.

Purtroppo per il povero Maurizio, a essere chiamato in causa il più delle volte è proprio il politico. Dobbiamo, però, anche riconoscerne la versatilità: Marcorè è bravissimo, ma Gasparri riesce quasi sempre a non farlo rimpiangere.

Ieri sera, l’ex presidente del Fronte Universitario d’Azione Nazionale (Fuan, ndr) era tra gli ospiti della trasmissione L’ultima parola, diretta da Gianluigi Paragone, insieme al coordinatore nazionale di Futuro e Libertà per l’Italia, Adolfo Urso, al direttore dell’edizione online de Il Fatto Quotidiano, Peter Gomez, al direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti e a Vittorio Sgarbi.

Tema della serata, quello che da giorni è ormai al centro delle attenzione di tutti i media: lo scandalo sessuale che vede coinvolto il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, con l’accusa di prostituzione minorile e concussione. O se volete Ruby, l’Ape Regina e il Bunga Bunga.

A metà serata, mentre Sallusti si ostinava a sostenere che in tutto l’impianto accusatorio costruito dalla Procura di Milano non era presente nessuna vittima del reato, perché in poche parole non c’è stata nessuna che si sarebbe opposta alla galanteria di Berlusconi, Gasparri, d’un tratto, è intervenuto per dirne una delle sue.

Con l’intento di dimostrare come in Italia la magistratura sia direttamente coinvolta nell’attività politica, l’impavido Maurizio ha sostenuto che il caso di Berlusconi non è il primo, ma che in passato «già la carriera politica di Giulio Andreotti, dopo essere stato assolto da tutte le accuse – tra cui quella per omicidio – fu gravemente limitata».

Lo sbadato Gasparri non ha fatto caso a una realtà giudiziaria ben precisa: nel 2004, la Corte di Cassazione di Palermo, confermando la sentenza della Corte d’Appello emessa un anno prima, stabilì definitivamente che Andreotti partecipò all’associazione per delinquere denominata Cosa Nostra, fino alla primavera del 1980. Ma il reato fu considerato estinto, per sopravvenuta prescrizione.

L’assoluzione a cui ieri sera ha fatto riferimento il senatore del Pdl, invece, è riferita all’accusa di coinvolgimento nell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, ucciso nel marzo del 1979.

Ma a pensarci bene quello di Gasparri è un vizio comune a molti, tra i più illustri ricordiamo il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, ovvero quello di fare confusione – ah queste benedetta lingua italiana – tra le parole “assoluzione” e “prescrizione“. A tal proposito, vengono in mente le parole di Marco Travaglio quando allude a una strana forma di aritmetica giudiziaria in cui si cimentano spesso alcuni condannati – storico il riferimento all’ex Dc Paolo Cirino Pomicino – secondo cui, nei casi dove il numero delle assoluzioni superi quello delle condanne, bisognerebbe parlare di innocenti. O verginelli.

All’inizio di questo articolo riconoscevamo le doti comiche del senatore Pdl, capace di superare la propria stessa parodia. Chissà se anche Neri Marcorè riuscirebbe a non far rimpiangere il Gasparri politico.

Qualcuno di voi vuole provare?

Simone Olivelli