Caporalato, la Cgil propone il reato

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:05

Si chiama ‘StopCaporalato’ la campagna nazionale promossa dalle federazioni dell’edilizia e dell’agroindustria della Cgil (Fillea e Flai), che si propone di portare all’attenzione una proposta di legge per inserire questo grave fenomeno di sfruttamento del lavoro tra i reati previsti dal codice penale. La proposta prevede la reclusione da tre a sei anni e le clausole di salvaguardia dei lavoratori extracomunitari nel caso di denuncia dei propri aguzzini.

Il caporalato deve essere considerato come “un reato di violenza contro le persone” e punito con pene severe, sottolinea il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, intervenendo alla presentazione della campagna. Oggi, ricorda la sindacalista, è punito soltanto in caso di flagranza e con una sanzione amministrativa di appena 50 euro per ogni lavoratore ingaggiato.

“Si stima che l’apporto del lavoro sommerso al Pil italiano sia oltre il 17% – fanno sapere da Fillea e Flai – contro una media dei paesi avanzati dell’Europa a 15 del 4%. L’agricoltura e l’edilizia, insieme al settore dei servizi sono i più colpiti dalla presenza di lavoro nero e grigio, di evasione ed elusione fiscale e contributiva e, non a caso, di una maggiore incidenza di infortuni gravi e mortali”.

Per quanto riguarda l’edilizia, secondo i due sindacati, la crisi economica ha generato un innalzamento dell’illegalità tra “evasione contributiva, utilizzo improprio dell’apprendistato, sottoinquadramento, fino all’utilizzo dei muratori-partita Iva ed al ricorso al lavoro nero”. La Fillea parla addirittura di 400 mila lavoratori irregolari in un mercato dello sfruttamento in rapida crescita su tutto il territorio nazionale e spesso gestito dalla criminalità organizzata.

Non sono migliori le notizie che giungono dall’agricoltura: “A distanza di un anno dalla clamorosa rivolta di Rosarno – continuano i due sindacati – siamo costretti a constatare che non è servita a modificare lo stato delle cose e che in Italia si continua a sfruttare quanto e come prima. Oggi come ieri, infatti, le aziende si servono di lavoro nero durante la raccolta del pomodoro nella Capitanata e in Basilicata, nelle grandi campagne orto-frutticole a Villa Literno, Castel Volturno e nella Piana del Sele, nell’agro-pontino, nella raccolta delle patate a Cassibile, ma anche nel profondo nord, nelle aziende della macellazione del modenese, nei campi di meloni nel mantovano, nelle aziende cooperative di Cesena, nei meleti in Trentino”.

A poco è servito il Piano straordinario di vigilanza per l’agricoltura e l’edilizia in Sicilia, Calabria, Puglia, Campania, avviato l’estate scorsa dal governo. “Quel piano prevedeva controlli coordinati di forze dell’ordine, Inps e Inail – sottolineano Fillea e Flai – ed aveva l’obiettivo di controllare un massimo di 10.000 aziende in territori dove solo di aziende agricole ce ne sono 600mila! I risultati di quel Piano sono giunti in questi giorni: in agricoltura irregolarità nel 44% delle aziende e il 49% dei lavoratori in nero; in edilizia irregolarità in oltre il 62% delle imprese e il 53% di lavoratori in nero”.

Alla Cgil replica, però, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, poco entusiasta della campagna di mobilitazione indetta dal sindacato. A detta del Ministro, nel nostro Paese sono già previste adeguate sanzioni penali per contrastare il fenomeno del caporalato, sanzioni contenute in una norma del decreto legislativo 276/2003, che “stabilisce: in caso di somministrazione illecita la pena dell’ammenda di euro 50 per ogni lavoratore occupato e per ogni giornata di lavoro. Se vi è sfruttamento dei minori la pena è dell’arresto fino a 18 mesi e l’ammenda è aumentata fino al sestuplo; in caso di intermediazione illecita la pena dell’arresto fino a sei mesi e dell’ammenda da euro 1.500 a euro 7.500. Se non vi è scopo di lucro la pena è dell’ammenda da euro 500 a euro 2.500. Se vi è sfruttamento dei minori la pena è dell’arresto fino a 18 mesi e l’ammenda è aumentata fino al sestuplo”.

Raffaele Emiliano

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