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Costa d’Avorio: l’offensiva economica di Ouattara. E la Nigeria chiede l’uso della forza

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Colpire Laurent Gbagbo direttamente al cuore. Togliergli pian piano l’ossigeno e logorarlo fino a quando non si arrenderà alla volontà popolare e a quella della comunità internazionale. Alassane Ouattara, l’uomo riconosciuto dal resto del mondo come il legittimo presidente della Costa d’Avorio, ha deciso di partire al contrattacco. Niente guerra, nessuna repressione. Ma sanzioni economiche. Quelle sì, sono l’unico terreno sul quale costringere il suo avversario a desistere dal suo tentativo di golpe.

E la prima iniziativa presa dal vincitore delle elezioni del novembre scorso è quella di bloccare per un mese le esportazioni di cacao e caffè, il commercio che fino ad ora tiene in vita il Paese africano, primo esportatore mondiale di cacao col 40% delle esportazioni mondiali. Un mese di blocco totale, durante il quale chi violerà il divieto sarà considerato “finanziatore delle attività” dell’illegittima amministrazione di Gbagbo.

L’ordinanza emessa da Ouattara è destinata ad avere conseguenze pesanti. Anche se mira a privare Gbagbo di entrate fondamentali per pagare burocrazia e militari, il prezzo del cacao è già schizzato 3.340 dollari a tonnellata. Il massimo da un anno a questa parte. E’ anche vero, però, che la stessa ordinanza rappresenta una naturale conseguenza delle sanzioni imposte alla Costa d’Avorio dall’Ue, al fine di sbloccare uno stallo politico che da due mesi è diventato un dramma per la popolazione, con 260 persone che hanno già perso la vita fra proteste ed episodi di violenta repressione.

Intanto il governo di Gbagbo prova a glissare l’argomento, spostando l’attenzione sulla risoluzione Onu con la quale la settimana scorsa è stato deciso l’invio di altri 2 mila soldati. Sul punto si è espresso il portavoce del Presidente uscente: “Legalmente non c‘è esercito straniero che possa attaccare la Costa d’Avorio. Se vogliono passare all’uso della forza, o pensare a una dichiarazione di guerra, cosa ottengono? Vogliono dichiararci guerra? E’ un bluff”.

Ma se il governo uscente considera la risoluzione Onu come un atto di ulteriore pressione fine a se stesso, in Africa c’è anche chi inizia a fare sul serio. La Nigeria, infatti, ha chiesto alle Nazioni Unite un’altra risoluzione che autorizzi l’uso della forza. “La Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO/ECOWAS) – ha scritto il Ministro Ajumogbia – chiede senza equivoci un sostegno internazionale, attraverso una risoluzione specifica del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per convalidare l’uso della forza come ultima risorsa” per cacciare Gbagbo ed i suoi uomini dal potere in Costa d’Avorio.

Un potere che inizia concretamente a perdere pezzi anche fuori dal Paese. La strategia è sempre quella di soffocare economicamente il regime ivoriano. E infatti Philippe-Henry Dacoury-Tabley,  governatore della Banca Centrale degli Stati dell’Africa dell’Ovest (BCEAO), connazionale di Gbagbo e uomo a lui vicino, è stato costretto alle dimissioni dai membri dell’Unione Economica e Monetaria dell’Africa Occidentale (UEMOA). E a nominare il successore sarà proprio Alassane Ouattara.

Cristiano Marti