Yara: la tv sciacalla, la tv che tiene in vita

Quando una bambina scompare, una ragazza viene ammazzata, un giallo nasce o viene creato, in tutti questi casi la televisione diventa protagonista. Per il modo in cui, in quest’epoca da reality show, tratta le notizie e le persone (personaggi?) coinvolte ma anche per il suo ruolo attivo nel costruire la narrazione che accompagna la vicenda in sé.

Si parla – e spesso a buon diritto – di giornalisti come avvoltoi, sciacalli, iene. Insomma un campionario zoologico che non punta a nobilitare la figura professionale di chi di mestiere dovrebbe informare e che, invece, si ritrova tante volte a spogliare il dolore delle persone, senza pudore. Come ballerine sgraziate in freddi night club.

Ma nella società della comunicazione – e questo è un aspetto della questione su cui si riflette meno – la televisione ha anche un potere positivo, o perlomeno necessario per chi è rimasto avvinghiato nel racconto, nel turbine emotivo che scaturisce dalla trasformazione di un dramma reale, e di pochi, in un sentimento collettivo, seppur mediato. Forse virtuale non è la parola più adatta in questo caso, ma di certo l’azione della televisione riesce a edulcorare il dolore straziante di chi certe cose le vive sulla propria pelle, rendendolo pungente quanto basta per attrarci.

Un po’ come quelle manie che tanti di noi hanno: in sé danno fastidio, ma non si riesce a farne a meno.

Forse sarà anche questa una manifestazione del potere autoritario e repressivo del mezzo televisivo, di cui parlava Pasolini. D’altronde, quale dimostrazione è più autoritaria di quella che riesce a condizionare i sentimenti di milioni di persone?

Un esempio di come la televisione contribuisca a tenere in vita – almeno per quanto riguarda l’interesse del pubblico – è rappresentato dal caso della piccola Yara Gambirasio. La sua vicenda, in pochi giorni, sembra essere stata adombrata dal giallo di Perugia, con la strana morte della venticinquenne Elisa Benedetti.

Sarebbe difficile sostenere che il tutto è conseguenza dell’accettazione, postdatata e differita, del silenzio stampa richiesto settimane fa dalla famiglia Gambirasio.

Nei social network, che sono diventati il punto di raccordo in cui far confluire i dolori donati generosamente dai media, c’è chi dice come Claudio: «Ma che fine hai fatto piccola? La tv non parla più…».

La speranza rimane, però, quella che Yara continui a respirare e a vivere, non solo per mezzo della tv.

Eutanasie mediatiche?

Simone Olivelli