Alessandro Aronadio a Newnotizie: “Il cinema ha bisogno di iniziative forti”

Nell’era del Presidente e le sue concubine, della velinocrazia televisiva e dello svilimento dell’arte e della cultura da parte dei potenti (ricordate il “panino alla Divina Commedia” del Ministro Tremonti?) si può ancora trovare qualche motivo di sollievo. Quello, ad esempio, di vedere dei giovani lavorare, pruomovere e lottare per il cinema, contro la decadenza dei tempi, con genuino e sincero entusiasmo. Il protagonista della nostra invervista, Alessandro Aronadio, è sicuramente uno di loro. Regista classe 1975, palermitano di nascita e romano d’adozione, Aronadio è reduce da un 2010 pieno di impegni, riconoscimenti e soddisfazioni. Il suo esordio dietro la macchina da presa, Due vite per caso, è uscito nelle sale ed è stato selezionato per la sezione “Panorama” del Festival di Berlino 2010; le sue mani si sono unite a quelle di altri appassionati di cinema per rimettere in sesto e dare nuova vita ad una sala cinematografica della capitale – ora ribattezzata Kino – che sembrava destinata all’abbandono; Alessandro, inoltre, è stato particolarmente attivo nelle proteste degli ultimi mesi contro i tagli governativi al Fondo Unico per lo Spettacolo (il famigerato Fus). Ultimo ma non ultimo, in luglio è uscito il suo primo libro, un saggio sul doppio intitolato Lo strano caso del Dr.David e di Mr.Cronenberg. Ed è proprio da qui che cominciamo con la nostra intervista.

Il tuo libro, Lo strano caso del Dr.David e di Mr.Cronenberg, oltre ad essere un saggio sul cinema del regista canadese è anche un’analisi sul tema del doppio nell’Occidente. Com’è nata l’idea?

Il doppio mi ha sempre affascinato, come d’altronde credo affascini chiunque: ognuno deve combattere con il proprio “altro da sé” interiore, e per questo il doppio è un tema che è stato e sarà sempre affrontato. Ci sono sempre due istinti contrapposti che si sfidano, ed è dalla capacità con cui riusciamo a gestirli che dipende il nostro equilibrio o disequilibrio psicologico. La Bietti (casa editrice del libro, ndr) ha saputo della mia tesi di laurea in psicologia, incentrata proprio su questo argomento, e  mi ha proposto di farne un libro.

Trovo curioso che anche il tuo film d’esordio, Due vite per caso, tratti il tema del doppio. C’è un legame tra le due cose?

Certo. Ovviamente nel libro ho trovato opportuno non auto-citarmi, ma Roy Menarini, che ne ha curato la prefazione, ha sottolineato questa curiosa connessione. È chiaro che si tratta di un argomento che mi interessa particolarmente in tutte le sue accezioni: è l’auto-scopia, è il vedersi all’esterno, è la rappresentazione di sé più o meno fantasmatica. In effetti è proprio una particolare proiezione di sé nell’altro che è alla base del sentimento amoroso. In questo senso trovo esemplare il caso di M. Butterfly di David Cronenberg, una delle più grandi rappresentazioni cinematografiche legate al meccanismo dell’innamoramento. I Velvet Underground cantavano I’ll be your mirror (Io sarò il tuo specchio, ndr) e per come la vedo io ci avevano preso in pieno…

Nonostante fosse un’opera prima il tuo Due vite per caso è stato selezionato per il Festival di Berlino 2010. Cos’hai provato ad essere catapultato improvvisamente all’interno di uno dei festival più autoriali del mondo?

L’ho affrontata come faccio sempre con le cose molto più grandi di me: con totale incoscienza, senza pensarci troppo. Il mio film è nato con un budget risicato e tra mille problemi, non avrei mai pensato di arrivare lì, accanto a registi famosi e già affermati. Sono andato in Germania insieme alla troupe e l’ho vissuta come una grande gita di liceo per esorcizzare un po’ il tutto, anche se dal punto di vista professionale è stata un’esperienza incredibile. Credo che Berlino sia il Festival che meglio di ogni altro incarna l’amore per il cinema. Nonostante fossi un autore ancora sconosciuto le cinque proiezioni del mio film hanno registrato il tutto esaurito; una dimostrazione di come il pubblico, lì, riponga piena fiducia nei selezionatori.

La lavorazione di Due vite per caso è stata piuttosto lunga. Secondo la tua esperienza quali problemi si trova ad affrontare un giovane cineasta che cerca di portare il proprio lavoro nelle sale?

La lavorazione del film ha richiesto complessivamente sei anni, se valutiamo l’arco di tempo intercorso tra la stesura della sceneggiatura e l’anteprima di Berlino. È indubbio che per un esordiente gli ostacoli siano molti: prima di tutto farsi ricevere da un produttore e far leggere la propria sceneggiatura, il che è già difficile perché sono in tanti ad avere la stessa aspirazione; poi trovare i soldi per fare il film – che sono sempre meno di quelli necessari – trovare una distribuzione interessata e infine fronteggiare mille problemi di lavorazione. Rossellini diceva che fare un film è la “continua disgregazione dell’idea iniziale”: sono perfettamente d’accordo, perché si perde sempre qualcosa nelle varie fasi di preparazione, riprese e montaggio. L’importante è mantenere sempre chiaro in testa il nucleo di ciò che si vuole raccontare, in modo che la propria idea di film resti intatta il più possibile. Il rischio, altrimenti, è di vedere un film completamente diverso da come lo si era immaginato.

Sei stato molto attivo nelle proteste contro i tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo: dall’occupazione della Casa del Cinema all’invasione del red carpet al Festival di Roma. Da persona che fa e vive il cinema, come vedi l’attuale situazione italiana?

L’arroganza e la sordità con cui la politica in questo momento tratta i problemi del cinema e del mondo dello spettacolo è la stessa arroganza con cui affronta i problemi dei giovani; in primis i problemi legati alla scuola. Chiunque critichi o protesti contro le scelte di Governo viene sistematicamente etichettato come un facinoroso, quasi un terrorista o una persona pericolosa per l’equilibrio e la pace di questo paese. Credo che ora tutti dobbiamo far sentire la nostra voce in maniera chiara e molto forte. Questo vuol dire all’occorrenza assumere delle iniziative o realizzare cose che abbiano anche un sapore “spettacolare”, che facciano rumore e facciano parlare di sé. Non credo bastino più i cortei e le sfilate con gli striscioni: c’è bisogno di iniziative forti, capaci di incidere sulla società, altrimenti si corre il rischio di passare inosservati. O, peggio, può capitare che i media diano al pubblico un’immagine completamente diversa rispetto alle intenzioni di chi organizza le manifestazioni. Mi riferisco ad esempio al modo in cui certi telegiornali hanno raccontato l’occupazione del red carpet al Festival di Roma, sminuendone il valore, quando invece si è trattato di una cosa molto forte e importante.

Il progetto Kino, nato nella capitale e di cui anche tu sei fautore, può essere considerato un segnale forte in questo senso. Puoi spiegarci brevemente di cosa si tratta?

Kino è una centro di proiezione cinematografica e allo stesso tempo un luogo di aggregazione. In circa sessanta – tutti addetti ai lavori nel mondo del cinema e della televisione – abbiamo rilevato l’ex-cineclub “Grauco” presso il quartiere romano del Pigneto e l’abbiamo ristrutturato con le nostre mani. Non in senso metaforico: noi stessi abbiamo abbattuto i muri, dipinto le pareti, ricostruito le sale proiezione e i banconi del bar. Se vogliamo un’idea poetica e romantica, in un periodo in cui i cinema e gli spazi di aggregazione per i giovani chiudono sempre più spesso e a prevalere sono i multisala, spesso sottoposti a logiche di distribuzione meramente “commerciale”. Nelle due sale del Kino si terranno proiezioni di opere prime, di film inediti italiani e stranieri e si terranno seminari, incontri, presentazioni, mentre nella zona bar si potrà usufruire di un’apposita rete Wi-fi. Come se non bastasse, ci sarà anche una Dvd-teca. Insomma, un luogo di aggregazione fatto da persone del cinema per gli amanti di cinema. La risposta del pubblico è stata ottima: alla festa d’inaugurazione (l’inaugurazione effettiva sarà il 13 febbraio, ndr) sono arrivate tremila persone, ben oltre il numero da noi previsto. Tra l’altro, essendo genuinamente “democratici”, non avevamo pianificato i vari ingressi Vip e sono rimasti fuori personaggi come Elio Germano e tutto il cast di Romanzo Criminale! Nessuno si è offeso però, hanno compreso tutti lo spirito che anima il progetto. Speriamo che diventi un esempio e magari qualcuno faccia un Kino 2. (ride, ndr).

Quali sono i progetti futuri di Alessandro Aronadio?

Sto lavorando a un progetto con la Paco Film (la casa produttrice di Basilicata coast to coast, ndr), ma per il momento non posso rivelare molto a riguardo. Qualche anticipazione? Il titolo provvisorio è Il penultimo viaggio e sarà un on-the-road molto particolare.

Roberto Del Bove