E così vorresti fare lo scrittore?

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:17

Ultimamente è facile sentire in radio, in televisione o per bocca di amici e conoscenti una sentenza rassegnata che suona quasi come un proverbio: “con la cultura non si mangia”. Il fatto è che a voler mangiare con la cultura sono in tanti. I giovani aspiranti scrittori che ambiscono a poter vivere del ricavato delle proprie opere non sono affatto pochi, ed il mondo dell’editoria molte volte non accoglie questi sognatori imberbi propriamente a braccia aperte. Mirko è un ragazzo che compirà ventitre anni a breve. Appena uscito dall’adolescenza, l’età dei sogni disperati, Mirko decise di assecondare la propria indole e di provare a trovare alla propria opera una collocazione sugli scaffali delle librerie. Scrisse un libro che venne pubblicato da una piccola casa editrice, dal quale non ha ricavato pressoché nulla, se non i complimenti di alcuni lettori entusiasti. Cosa bisogna fare per mangiare di ciò che si scrive? Bisogna essere bravi o fortunati? Probabilmente entrambe le cose. Mirko percepisce circa il tre percento del ricavato del proprio libro: a volte è davvero difficile non annuire a chi dice che la cultura non è commestibile.

Sono tanti i giovani scrittori emergenti come te, Mirko, e sono sempre molti coloro che non provano nemmeno a dare un calcio con la punta del piede ai propri desideri per tentare di spingerli qualche passo più in là. Probabilmente, se anni fa scegliesti di provare ad intraprendere la carriera dello scrittore, voleva dire che credevi molto nel tuo sogno. Quando hai deciso di fare lo scrittore e perché?

Il verbo “decidere” in questo caso non è dei più fortunati: non credo si tratti di una questione di scelta. Io capii di voler fare lo scrittore a diciassette anni. All’età di sedici anni, io avevo già scritto un paio di sceneggiature cinematografiche. Ben presto mi accorsi di come la sceneggiatura, per sua natura, avesse bisogno di essere tradotta in film per essere portata a compimento, per avere un valore concreto. La sceneggiatura di per sé non conta nulla e, anzi, può essere stravolta dal regista, da altri sceneggiatori, dagli attori. A quel punto buttai giù il mio primo libro, anche perché sapevo che, facendo eccezione per qualche correzione, mi sarei trovato di fronte ad un’opera completa e definitiva, che nessuno avrebbe potuto stravolgere se non in minima parte.

Una volta finito il tuo libro ti sei scontrato con il mondo dell’editoria. Potresti raccontare cosa hai dovuto fare per vedere pubblicata la tua opera?

Le mie peripezie cominciano all’età di diciassette anni, quando iniziai ad inviare e-mail a case editrici più o meno famose. Ripensandoci, sono contento del fatto che io non abbia mai ricevuto risposte da nessuna delle case editrici alle quali avevo spedito quella prima opera, che effettivamente era troppo acerba. Devo ammettere, però, che la faccenda fu snervante; per me non ricevere alcuna risposta fu peggio che riceverne di negative. Nel secondo caso è possibile sfruttare le critiche altrui per migliorarsi, ma nel primo si rimane con una marea di dubbi. Non capivo se non rispondessero a causa della scarsa qualità del libro oppure se non lo facessero perché nessuno si era preso la briga di leggerlo. In quel periodo venni a conoscenza di siti internet in cui scrittori emergenti erano soliti leggere gli uni i manoscritti degli altri al fine di darsi consigli a vicenda. Trovai che fosse un’idea intelligente e decisamente utile.

Cosa pensi del mondo dell’editoria? Com’è il grande oceano del business dei libri visto dal punto di vista di un pesce appena gettato in acqua?

Non ho grandissime esperienze nell’ ambito dell’editoria: ho pubblicato solamente un libro ed alcune poesie in un’antologia. Posso dire che l’editoria, in quanto punto di incontro fra il mondo del mercato e quello dell’arte, è un luogo decisamente contraddittorio. Quando ti ritrovi a firmare il contratto, a vedere il tuo libro che diventa merce, che viene prezzato…beh…non è affatto piacevole. Non voglio fare della retorica, ma la sensazione che provai fu quella di chi vede svilita la propria opera.

Ora quanto tempo è passato dalla pubblicazione del libro? Cosa senti dentro di te? Cosa è cambiato da allora? Vuoi ancora mangiare di ciò che scrivi?

Avevo diciannove anni quando scrissi il libro e venti quando finirono di pubblicarlo. Sono passati ormai tre anni. È difficile dire cosa si prova ad avere un libro pubblicato. Credo sia come vedere un proprio figlio che lascia casa, o almeno è questa la sensazione che si prova nell’avere fra le mani il proprio manoscritto che non è più tale. Di sicuro, dopo parecchio tempo, si inizia a maturare almeno un po’ di sana disillusione, e diventa sempre più difficile dire: “Io faccio lo scrittore!”. Ovviamente la speranza e la passione rimangono intatte, ed io non smetto di sperare di potere, in un domani, mantenermi grazie a ciò che scrivo.

Vorresti dare un consiglio ai giovani scrittori che avrebbero voglia di fare ciò che hai fatto tu?

Innanzi tutto bisogna sempre ricordare che sono più utili le critiche negative rispetto ai complimenti.  Il secondo consiglio che vorrei dare è una frase che sarebbe bene avere sempre chiara in mente. Si tratta di un aforisma ottimista di Richard Bach: “Uno scrittore professionista è un dilettante che non ha mai smesso di scrivere”. Tutto qui.

Ciò significa che, secondo te, tutti dovrebbero essere ottimisti e provarci?

Se ci provi e ti impegni pur non avendo nulla da dire puoi migliorare, ma sei probabilmente destinato a restare mediocre. Provarci va bene, ma nel senso che bisogna impegnarsi nel mettere in commercio le proprie opere, nel far sì che non restino solo fogli sul fondo di un cassetto. Sarebbe ridicolo provare a farsi venire in mente un libro, una poesia o anche solo un verso esclusivamente per inseguire un sogno che non ci appartiene fino in fondo.

Grazie mille Mirko.

Quando si parla di tentativi, di “provarci” è facile che venga in mente uno dei più celebri scrittori americani del secolo scorso: Charles Bukowski. Bukowski è morto nel millenovecentonovantaquattro, e la sua lapide recita un messaggio chiaro ed esplicito: “Don’t Try”, non provare. Quando era ancora in vita Bukowski spiegò, in una lettera, questa sua filosofia di vita: << Qualcuno in uno di questi posti mi chiese: “Cosa fai? Come scrivi, come crei?” Non lo fai, gli dissi. Non provi. È molto importante: non provare, né per le Cadillac, né per la creazione o per l’immortalità. Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po’. È come un insetto in cima al muro. Aspetti che venga verso di te. Quando si avvicina abbastanza, lo raggiungi, lo schiacci e lo uccidi. O se ti piace il suo aspetto ne fai un animale domestico. >>. Il suo epitaffio non è l’unico consiglio che Bukowski ha dato a tutti gli scrittori(o aspiranti tali, o presunti tali). Il titolo di una sua celebre poesia è “E così vorresti fare lo scrittore?”. Probabilmente leggerla non aiuterà nessuno a capire come mangiare con la cultura, ma potrebbe essere utile al fine di comprendere se è davvero la letteratura il mezzo attraverso il quale avremmo voglia di sostentarci oppure se siamo nati per fare altro. Scrittori si nasce? Probabilmente si.

Martina Cesaretti