“Rabbit Hole”: Nicole Kidman in un dramma coniugale sul lutto

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:34

RECENSIONE IN ANTEPRIMA DEL NUOVO FILM CON NICOLE KIDMAN, NELLE SALE DALL’11 FEBBRAIO

Becca (Nicole Kidman) e Howie Corbett (Aaron Eckhart) sono una coppia moderna e affiatata, ma sulle loro spalle pesa la morte del piccolo figlio Danny, investito da un adolescente 8 mesi prima. La coppia tenta di proseguire la propria vita inseguendo la tranquillità perduta e arrivando a frequentare anche un gruppo di riabilitazione, ma senza grandi esiti. La normalità tarda a riaffacciarsi e la routine quotidiana, invece di riportare le cose com’erano, sembra invece solo acuire le sofferenze della coppia, che entra in crisi. Becca e Howie, uniti ma divisi, cercheranno allora – ognuno a insaputa dell’altro – una propria strada individuale attraverso la quale recuperare la pace perduta e poter tornare finalmente a vivere, seppur con “il peso di un mattone nella tasca”.

Il film, prodotto e interpretato da Nicole Kidman, è una trasposizione cinematografica dell’omonima piéce teatrale di David Lindsay-Abaire (vincitore del premio Pulitzer). Questo dato non è casuale. La forza dell’intera pellicola è affidata ai dialoghi, acuti e pungenti, piuttosto che all’azione. Il regista John Cameron Mitchell (Hedwig, Shortbus) mette in scena un dramma tutto incentrato sull’elaborazione del lutto e le sue conseguenze, tralasciando di mostrare tutto ciò che è avvenuto prima e durante il tragico incidente. Solo nel corso del film riaffiorano, come piccoli tagli che ancora sanguinano, i dettagli sul tragico evento che ha portato alla morte del piccolo Danny. Il voyeurismo ai limiti del sadico con cui mostra – con piglio coraggioso e a tratti dal sapore vagamente indipendente – i litigi, le crisi e le nevrosi di Becca e Howie è il centro nevralgico di questo film, che è in definitiva un “dramma da salotto” intenso e onesto ma un po’ compiaciuto.

Agli spettatori italiani più che un viaggio nella luttuosa “tana del bianconiglio” (la Rabbith hole del titolo) questo film ricorderà un viaggio nella Stanza del figlio di Nanni Moretti, sebbene ci siano dei doverosi distinguo da fare: il cineasta romano si concentra sulle ossessioni di un padre e i suoi sensi di colpa dopo la  morte del figlio, mentre Mitchell focalizza tutta la sua attenzione sulla disgregazione della coppia che consegue al lutto.

Rabbit hole perde un po’ di appiglio nella parte centrale, fin troppo ostinata nell’intento di mostrare come anche la coppia apparentemente perfetta possa trovarsi smarrita dopo la perdita di un figlio. Questo difetto mette però in luce un pregio: l’ottimo lavoro di sceneggiatura da parte di Lindsay-Abaire, che riesce intelligentemente a non scadere nel melò (pur andandoci vicino, ma il rischio era grosso) concentrandosi sui piccoli gesti, sui litigi apparentemente frivoli e invece sintomatici, che rivelano – piccole epifanìe instantanee – l’atroce sofferenza che colpisce la coppia. La Kidman ha puntato fortemente su questo ruolo , riuscendo per ora nell’impresa di ottenere una nomination agli Oscar come miglior attrice; una giusta dose di tenerezza intimista in più però non avrebbe guastato, per questo ruolo a tratti troppo ispido. Convince di più Aaron Eckhart, perfettamente a suo agio anche lontano dall’istrionismo sarcastico à la Thank you for smoking.

Rabbit hole

REGIA: John Cameron Mitchell
SCENEGGIATURA: David Lindsay-Abaire

ATTORI: Nicole Kidman, Aaron Eckhart, Dianne Wiest, Sandra Oh, Miles Teller, Tammy Blanchard, Jon Tenney, Giancarlo Esposito, Patricia Kalember, Mike Doyle

PAESE: USA 2010
GENERE: Drammatico
DURATA: 90 Min

Nelle sale dall’11 febbraio 2011.

Roberto Del Bove